letteratura

Anilda Ibrahimi

Anilda Ibrahimi

Il confine non è la linea che traccia, ma il limite da valicare per consacrare le differenze e creare uno spazio comune di co-esistenza. Sono sempre più convinta che è l’unico modo per superarle.

C’è chi attraversa un confine per sopravvivere e chi lo attraversa per trovare la lingua giusta con cui raccontarsi.

Anilda Ibrahimi, scrittrice e giornalista ha fatto entrambe le cose.

Nata a Valona il 30 aprile 1972 e laureata in lettere all’Università di Tirana, ha lasciato l’Albania nel 1994 per trasferirsi prima in Svizzera e poi, dal 1997, a Roma, dove ha lavorato fino al 2003 come consulente per il Consiglio Italiano per i Rifugiati.

La sua vita e la sua scrittura si intrecciano con la stessa naturalezza con cui, nelle sue pagine, il mito si confonde alla cronaca e il dolore si trasforma in resistenza, dando voce a donne indimenticabili che cercano il proprio posto nel mondo.  

Vincitrice di prestigiosi premi letterari, ha scelto l’italiano come lingua della sua memoria, regalandoci romanzi che sono, insieme, cronache familiari e grandi affreschi collettivi.

Argomenti ricorrenti nei suoi libri sono l’identità, la storia, la cultura e la società dell’Albania nel corso dell’ultimo secolo.

La sua prima espressione è stata la poesia. Nel 1996 ha vinto il primo premio per la poesia albanese contemporanea in Svizzera con la raccolta Cristallo di tristezza. Poi è arrivata la narrativa e con essa una voce che avrebbe cambiato il modo in cui la letteratura italiana guarda ai Balcani.

Nel 2008 il suo primo romanzo, Rosso come una sposa, si è aggiudicato diversi premi. È un racconto generazionale, corale, che abbraccia quasi un secolo di storia albanese attraverso le vite di quattro donne. Non vittime ma pilastri che portano sulle spalle il peso di un patriarcato antico, di un comunismo che aveva promesso l’uguaglianza trasformandola in omologazione e di un post-comunismo che ha rimescolato le carte senza cambiare il tavolo. La solidarietà femminile che attraversa la sua narrazione non è uno slogan ma una strategia concreta di sopravvivenza.

Nel 2009 è uscito L’amore e gli stracci del tempo, nel 2012 Non c’è dolcezza e nel 2017 Il tuo nome è una promessa, con cui ha vinto il Premio Rapallo. Quattro romanzi, quattro angolazioni diverse sulla stessa grande domanda: cosa accade alle donne quando la Storia decide di passarci sopra?

In L’amore e gli stracci del tempo è lo stupro etnico, la violenza sessuale usata come arma di guerra per colpire l’onore degli uomini attraverso i corpi delle donne. In Non c’è dolcezza è la maternità in tutte le sue forme possibili, compresa quella di una donna che decide di portare in grembo il figlio dell’amica che non può farlo. In Il tuo nome è una promessa è l’accoglienza, storia vera e dimenticata di una famiglia ebrea salvata dall’Albania durante l’Olocausto insieme a quasi tremila altre persone profughe.

Nel 2022 arriva Volevo essere Madame Bovary, il romanzo forse più intimo, quello in cui mette a nudo la propria formazione sentimentale e letteraria. La protagonista, Hera, cresce in un paese del socialismo reale dove la bellezza è quasi una colpa per una ragazza ambiziosa, e si nutre di Tolstoj e Balzac come se i romanzi fossero ossigeno. È la storia di un’educazione mancata, di tutti quegli spazi emotivi che nessuno ha insegnato alle donne a occupare e che loro hanno imparato a cercare tra le righe dei libri proibiti.

Direttrice Artistica del Festival delle Letterature di Lecce, Anilda Ibrahimi, collabora con diverse riviste, rappresentando una voce eminente su temi che riguardano i diritti umani e le politiche balcaniche.

I suoi romanzi sono tradotti in più lingue, le storie che racconta non appartengono solo a un popolo ma a chiunque abbia mai visto la propria vita travolta da forze più grandi di sé, e abbia scelto, nonostante tutto, di restare in piedi.

Perché noi siamo tante cose. Siamo il giorno che ci avvolge e ci denuda con la sua spietata luce e siamo la notte che ci rende senza legami e pieni di segreti, mentre il vento fa dondolare una vecchia e sgangherata sedia azzurra di fronte al mare, in qualche angolo remoto della terra.

 

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