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Belinda Kazeem-Kamiński

Belinda Kazeem-Kamiński
Photograph-by-©Abonia-Esther-Ojo 2020

Belinda Kazeem-Kamiński, scrittrice, artista e studiosa, ha sviluppato una pratica investigativa basata sulla ricerca e orientata al processo, che si confronta con gli archivi — in particolare con i loro vuoti, le loro omissioni e le loro violenze strutturali.

Intrecciando documentario e finzione, le sue opere dissezionano il presente come estensione di un passato coloniale che non è mai davvero terminato: un passato senza conclusione.

La sua ricerca è una potente riflessione sulla memoria diasporica, sul corpo nero e sulle eredità invisibili del colonialismo. Attraverso fotografia, video, suono, installazione e testo, costruisce un linguaggio capace di interrogare il passato e renderlo attivo nel presente, disturbando le narrazioni dominanti.

Nata a Vienna nel 1980 da genitori nigeriani, la sua esperienza di afro-discendenza in Europa è il punto di partenza per una domanda ampia e radicale: cosa significa esistere in uno spazio che ha sistematicamente marginalizzato o cancellato le storie nere? E quali strumenti possono restituire voce a queste presenze silenziate?

In un momento storico in cui l’Europa sembra muoversi verso nuove forme di chiusura e conflitto, tornare sulle rimozioni della memoria collettiva diventa un gesto politico urgente. Il suo lavoro si inserisce proprio nella necessità di riaprire ciò che è stato sepolto per impedire che la violenza si riproduca.

Uno degli elementi centrali della sua pratica è l’archivio, inteso non come deposito neutro di informazioni, ma come spazio di conflitto. Gli archivi, nelle sue opere, rivelano la loro natura profondamente politica: sono attraversati da omissioni, da sguardi coloniali, da atti di cancellazione. Le immagini storiche di persone nere in Europa — spesso prodotte in contesti scientifici o etnografici — vengono rilette, riattivate, disturbate. Sotto il suo intervento, cessano di essere oggetti statici e tornano a essere testimonianze vive, cariche di tensione.

In un’azione etica, artista trasforma le immagini, le mette in dialogo con suoni, testi e performance, costruendo nuove narrazioni che restituiscono dignità e complessità a soggettività storicamente ridotte a oggetti di studio.

Al centro della sua pratica c’è anche l’ascolto. Invita a rallentare, a sostare, a entrare in relazione con ciò che emerge dalle sue opere in cui voci sussurrate, silenzi e ritmi spezzati creano spazi in cui il tempo lineare si dissolve. Il passato e presente si intrecciano e il trauma storico smette di essere distante per manifestarsi come presenza attiva.

Il suo lavoro, costituito spesso da video, installazioni, suoni e performance, si inserisce profondamente nella tradizione del femminismo nero. Ispirata da pensatrici come Saidiya Hartman, Christina Sharpe, bell hooks e Audre Lorde, la sua pratica mette al centro esperienze intersezionali e affetti spesso esclusi dal discorso dominante: rabbia, dolore, attrito e desiderio.

Lavora con una pluralità di voci e presenze, rifiutando la centralità di un’unica narrazione autoritaria.

Questa pratica è anche profondamente genealogica. Le opere costruiscono connessioni tra donne nere del passato e del presente, non sempre visibili ma percepibili come echi, tracce, possibilità. In questo modo, immagina comunità che attraversano il tempo e lo spazio, sfidando l’isolamento prodotto dalla storia coloniale.

Se da un lato il suo lavoro affronta la violenza storica, dall’altro apre spazi di immaginazione radicale. Le sue opere denunciano e, insieme, propongono nuovi modi di vedere, di sentire e di esistere. La sua pratica è trasformativa. Non restituisce ciò che è stato perduto, ma crea le condizioni affinché queste vite possano essere riconosciute.

L’opera di Belinda Kazeem-Kamiński non offre risposte semplici. Richiede attenzione, disponibilità, coinvolgimento. Ma proprio per questo è necessaria: perché ci costringe a uscire dalla passività e a confrontarci con ciò che resta ai margini.

In un’epoca in cui le questioni di memoria, rappresentazione e giustizia sono sempre più urgenti, la sua voce emerge come una guida potente. Non solo per comprendere il passato, ma per convocarlo nel presente — come una tempesta — e immaginare, a partire da lì, possibilità diverse di futuro.

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