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Cristina Trivulzio di Belgiojoso

Cristina Trivulzio di Belgiojoso

“Vogliano le donne felici e onorate dei tempi a venire rivolgere tratto tratto il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità!”

Cristina Trivulzio di Belgiojoso, eroina milanese del Risorgimento, femminista ante litteram, è stata patriota, giornalista, editrice, imprenditrice e grande viaggiatrice.

Per tutta la sua esistenza ha sfidato le convenzioni e costrizioni in un mondo concepito soltanto per gli uomini. Una donna libera, audace, che non si è fatta mai scoraggiare dagli ostacoli che la società le poneva davanti.

Il suo carisma, la sua popolarità, la sua eccentricità, i suoi eccessi, la sua straordinaria umanità, i suoi scritti pubblicati anche sulla Revue des deux mondes, la sua vita sicuramente fuori dagli schemi ottocenteschi, il suo prodigarsi in ogni momento a favore della causa italiana, hanno fatto di lei un’eroina a tutto campo, un personaggio che continua ad affascinare anche oggi.

Nacque a Milano il 28 giugno 1808, in una delle famiglie storiche dell’aristocrazia milanese i Trivulzi. Rimase presto orfana di padre, ma sua madre si risposò e ebbe altri figli e figlie. Cristina, fin da piccola soffrì di epilessia, che la costrinse  a lunghi periodi di riposo e alla ricerca di cure innovative nei suoi lunghi viaggi. A 16 anni sposò il  principe Emilio Barbiano di Belgioioso portando in dote un’ingente somma di denaro, era infatti la più ricca ereditiera d’Italia. L’unione non durò molto a causa dei continui tradimenti del marito. Si separarono nel 1828 ma rimasero sempre in buoni rapporti. 

Mel 1829, divenne attivista politica nella sezione femminile della Carboneria (le Giardiniere). Cristina Trivulzio di Belgiojoso si avvicinò alle persone più coinvolte con i movimenti per la liberazione, con le quali si espose vistosamente sfidando lo spionaggio e la polizia austriaca. La sua fama, la sua posizione sociale e la sua scaltrezza la salvarono più volte dall’arresto. Milano e i pettegolezzi seguiti alla sua situazione matrimoniale, la spinsero a spostarsi a vivere altrove. Prima a Genova, dove conobbe e frequentò i salotti della marchesa Teresa Doria, fervente patriota. Visse poi a Napoli, a Roma, dove fece parte del circolo che ruotava attorno a di Ortensia di Beauharnais, figlia di Napoleone I. 

Per sfuggire all’arresto del capo della polizia austriaca che si era particolarmente accanito contro di lei, fuggì in Francia dove si dedicò più da vicino alla causa italiana. Tutti i suoi averi, nel 1831, furono messi sotto sequestro, fu emanato un decreto in cui venne minacciata di morte civile qualora non fosse rientrata nel territorio austriaco entro tre mesi. Ma Cristina Trivulzio non si perse d’animo e preferì subire le conseguenze dell’esilio piuttosto che sottostare alle condizioni imposte dallo Stato la cui dominazione era ormai determinata a combattere con tutte le sue forze.

Accettò la povertà e gli stenti. Visse in un piccolissimo appartamento a Parigi dove si arrangiò con pochi soldi per alcuni mesi. Si cucinò per la prima volta da sola e si guadagnò da vivere impartendo lezioni e cucendo pizzi e coccarde. Una vita molto diversa da quella a cui era abituata da quando era nata, che le diede molta forza e ancora più grande determinazione. Il suo orgoglio patriottico la portò a accettare la povertà piuttosto che sottostare allo straniero. Trovò lavoro nella redazione di un giornale per cui scrisse articoli sulla questione italiana e ne tradusse altri dall’inglese. Riuscita poi a recuperare un po’ di denaro, si trasferì in un appartamento più grande con suo marito, arrivato in Francia.

I pettegolezzi sulla figura di questa donna nobile, bellissima, testarda, malata e infervorata dalla politica, riempirono le cronache dell’epoca.

Il suo salotto riunì gli esiliati italiani e i maggiori intellettuali europei, tra cui Bellini, Liszt, Heine, Balzac, de Musset. Soltanto nel 1835 la sua situazione economica migliorò, ottenne il passaporto e poté regolarizzare la permanenza parigina.

Cristina Trivulzio ebbe una figlia illegittima, Maria, nata forse dalla sua relazione con lo storico e consigliere di stato, François Mignet. Con la bambina si trasferì nel Regno Unito, per un periodo vissero in Belgio e nel 1840 tornò in Italia.

In patria trovò un’accoglienza molto fredda da alcune personalità come Alessandro Manzoni che la emarginò come peccatrice e arrivò addirittura a negarle la possibilità di recare l’ultimo saluto al capezzale della madre Giulia Beccaria, a cui era molto legata. 

Subito dopo il rimpatrio la nobildonna andò a vivere nella residenza di famiglia a Locate, in piena campagna, dove ebbe modo di rilevare la drammatica situazione dei contadini e dei loro bambini. Si adoperò allora per costruire asili, scuole, cucine comuni, abitazioni per i contadini, organizzando l’assistenza sanitaria. Arrivò a creare associazioni di lavoratori, anticipando il sindacalismo.

Nel 1848, si trovava a Napoli quando scoppiò l’insurrezione delle cinque giornate di Milano, partì quindi per il Nord Italia pagando il viaggio ai circa 200 napoletani che decisero di seguirla.

Per qualche mese si respirò aria di libertà, ma si svilupparono anche forti discordie interne sulle modalità del proseguimento della lotta anti austriaca. Pochi mesi dopo, il 6 agosto 1848, gli austriaci entrarono a Milano e fu costretta all’esilio in Francia per salvarsi la vita. A Parigi raddoppiò i suoi sforzi, attraverso la stampa, i salotti e i contatti con gli amici francesi di un tempo, per convincere il governo, ma non ottenne nulla.

Nel 1849, Cristina Trivulzio di Belgiojoso si ritrovò a Roma, in prima linea, nel corso della battaglia a difesa della Repubblica Romana, durata dal 9 febbraio al 4 luglio. Le fu assegnata l’organizzazione degli ospedali e fu direttrice delle ambulanze civili e militari. Ha dato il via alla prima forma di assistenza infermieristica laica. Fece un appello alle donne romane per assistere i feriti, ne impiegò trecento, senza distinzione di origine e classe, romane e forestiere, aristocratiche e popolane, anche prostitute. Scelta che le fu molto criticata e che dové difendere anche davanti al papa.

Denunciò gli abusi riscontrati negli ospedali, creò una casa centrale di assistenza per istruire le infermiere, si rivolse al ministro della Guerra per reclamare quanto dovuto, anche in termini economici, ai feriti affidati alle sue cure. Denunciò la mancanza di fondi per gli ospedali, la grave carenza di strumenti chirurgici, la mancanza di etere per lenire le sofferenze dei ricoverati, la mancanza di letti, si spinse a dire che l’incompetenza di certi chirurghi sfiorava il crimine. Le sue liti coi medici furono continue. A sue spese, o girando direttamente per le vie di Roma e chiedendo aiuto alla gente, faceva arrivare farmaci, i cibi che mancavano. Assisteva gli ammalati con grande serietà e umanità.

Ma, il movimento dei patrioti venne represso proprio con l’aiuto dei francesi sui quali aveva tanto contato.

Delusa, lasciò l’Italia su una nave diretta a Malta. Iniziò così un viaggio che la portò in Grecia e in Turchia. Qui, sola con la figlia Maria e pochi altri esuli italiani, senza soldi e mantenendosi solo a credito, organizzò un’azienda agricola. Inviò articoli e racconti delle sue peripezie orientali riuscendo a raccogliere somme che le consentirono di continuare a vivere per quasi cinque anni.

Nel 1855, grazie ad un’amnistia, riottenne dalle autorità austriache il permesso di tornare nella sua casa di Locate.

Nel 1861 si costituì l’Italia unita e poté lasciare la politica.

Morì il 5 luglio 1871, a 63 anni. Aveva sofferto di varie malattie, subito molte peripezie, tra cui un tentativo di omicidio che le aveva lasciato diverse ferite. Fu sepolta a Locate di Triulzi, dove la sua tomba si trova tuttora. Al suo funerale non partecipò nessuno dei politici dell’Italia, che lei così generosamente aveva contribuito a unire.

Cristina Trivulzio di Belgiojoso l’ereditiera più ricca d’Italia ebbe il coraggio di sfidare l’Austria e la sua polizia, organizzò un battaglione a Napoli per contribuire alle Cinque Giornate di Milano, partecipò alla difesa della Repubblica Romana. Col suo patrimonio ha finanziato rivolte e persone, ha vissuto come una principessa e da donna povera. Ha scritto articoli e libri, è stata editrice di riviste internazionali. È stata corteggiata dai più eminenti intellettuali del suo tempo. Ha costruito strutture sanitarie e scuole per le persone meno agiate.

Non si è mai piegata e arresa.

Avrebbe potuto benissimo starsene nelle sue residenze e fare la vita della nobildonna, ma ha lottato, agito, scritto, vissuto come desiderava. È stata un grande esempio di coraggio e determinazione.

Per il 150° anniversario della sua morte la sua città Milano, in Piazza Belgioioso, le erigerà una statua, la prima dedicata a una donna.

#unadonnalgiorno

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