Il compito più importante di un artista è sottolineare tutto quello che ci unisce in un momento in cui tutti sembrano voler parlare di quello che ci divide.
Emel Mathlouthi, cantautrice e compositrice tunisina, voce icona della Rivoluzione dei Gelsomini, fonde suoni nordafricani con produzioni elettroniche. I suoi testi, identitari e politici, esprimono la rabbia e il rifiuto verso chi governa il mondo.
Per la sua colta sperimentazione, si è avvalsa della collaborazione di musicisti del calibro di Tricky e Steve Moore e realizzato le sue performance con celebri artiste e videomaker come Shirin Neshat.
I suoi brani compaiono nelle colonne sonore di molti film.
Nata a Tunisi, l’11 gennaio 1982, ha composto la sua prima canzone a dieci anni e iniziato suonando musica gotica e heavy metal in una band universitaria. Successivamente, influenzata dall’esempio e attivismo di Joan Baez, ha iniziato a scrivere canzoni politiche.
Nel 2006 è stata finalista al concorso Prix RMC Moyen-Orient Musique, ma l’anno dopo, quando il governo ha censurato le sue canzoni, si è trasferita a Parigi, dove è esploso il suo talento musicale.
Ha cantato Kelmti Horra (La mia parola è libera) in mezzo alla folla in protesta assurgendo a icona della Primavera Araba.
Nel 2012, ha tenuto un concerto rivoluzionario a Baghdad e si è esibita allo Sfinks Festival in Belgio, dove ha ricevuto una standing ovation per la sua cover della canzone Hallelujah di Leonard Cohen. Ha aperto per i Dead Can Dance al festival Les nuits de Fourvière a Lione e si è esibita al WOMAD Festival al Charlton Park nel Regno Unito. Quando le autorità israeliane le hanno impedito di tenere un concerto a Ramallah, ha cantato davanti a una telecamera in Giordania che trasmetteva il suo show in un teatro della città palestinese. Ha tenuto concerti in Egitto e si è esibita in Canada al Vancouver Folk Music Festival e al Festival du Monde Arabe de Montréal.
Il suo primo album, Kelmti Horra, combina le radici arabe con influenze occidentali, raccoglie le canzoni composte durante la dittatura, segnando a sua avventura musicale ispirata al trip hop degli anni ’90, alla musica popolare di protesta degli anni ’60 e agli agitatori musicali degli anni ’70 provenienti da Egitto e Libano.
È apparsa nel documentario del 2014 No Land’s Song di Ayat Najafi, diventando la prima donna a esibirsi in Iran dal 1979.
Nel 2015 ha cantato a Oslo durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace assegnato al Quartetto del dialogo nazionale tunisino.
Il suo secondo album, Ensen, uscito nel febbraio 2017, attraversa i confini della musica, per coniugare un universo sonoro fatto di ritmi e strumenti tradizionali del Nord Africa con le sonorità elettroniche dell’avanguardia d’impronta fortemente nordica. Nello stesso anno, è tornata in Tunisia per il suo primo concerto in cinque anni, come headliner del Festival di Cartagine. Quell’estate si è esibita anche al Beitaddine Festival in Libano e al SummerStage Festival di Central Park a New York.
Mentre era in vacanza nella sua casa d’infanzia a Tunisi nel 2020, ha registrato un doppio album The Tunis Diaries da sola, con una chitarra acustica e un computer. Il video del singolo Holm (Sogno), ha ricevuto in poco tempo diversi milioni di visualizzazioni.
Nel 2021 ha pubblicato Everywhere We Looked Was Burning Live nella versione dal vivo del suo disco di due anni prima e ha tenuto un concerto evento a Parigi con il produttore di musica elettronica Vitalic basato sulla poesia di Ghada Al-Samman.
Nel 2023, ha collaborato con l’artista Shirin Neshat per il video intitolato Fury, sullo sfruttamento sessuale delle prigioniere politiche da parte del regime della Repubblica islamica in Iran.
Nell’aprile 2024 ha visto la luce, Mra (Donna) con un team costituito esclusivamente da donne.
Oggi vive a New York, dove continua a far valere la sua voce e il suo dissenso.















