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Françoise Vergès e il femminismo decoloniale

Françoise Vergès politologa femminista della decolonizzazione

Françoise Vergès è una politologa francese, femminista, attivista, curatrice e autrice di dodici libri, tra cui Le ventre des femmes. Capitalisme, racialisation et féminisme (2017) e Nègre je suis, Nègre je resterai. Entretiens avec Aimé Césaire (2005).

È presidente dell’associazione Decoloniser les arts, ha scritto molti saggi e articoli in francese e in inglese sulla schiavitù coloniale e il femminismo.

Ha conseguito un dottorato in scienze politiche all’Università di Berkeley in California, nel 1995, una tesi pubblicata sotto il titolo Mostri e rivoluzionari. Storia e cura della famiglia coloniale. Ha preso ispirazione dalla storia della sua famiglia impegnata in politica dal 1930.

Studia il problema della schiavitù coloniale e i fenomeni di creolizzazione usando teorie politiche analizzate con logica postcoloniale.

Dal 2009 presiede il Comitato nazionale per la memoria e la storia della schiavitù. 

Nel 2017 è stata nominata nel gruppo di interesse pubblico “Missione della memoria della schiavitù, dei trattati e delle loro abolizioni“.

Ha fatto parte del MAFED (Collettivo della Marcia per la Dignità delle Donne) e del Collegio della Diversità al Ministero della Cultura. 

Il suo ultimo libro, appena tradotto in italiano è Un femminismo decoloniale. La qualità dell’impianto è dettata dalla scelta di spiegare il valore dell’aggettivo che accompagna il nome delle protagoniste di questo testo: le «donne razzizzate».

La ‘razzizzazione’ è una costruzione sociale discriminante. I processi di razzizzazione sono i diversi dispositivi – giuridici, culturali, sociali, politici – con cui le persone e i gruppi sono etichettati e stigmatizzati. La razzizzazione, abbinata al genere e alla classe, produce forme specifiche di esclusione.

Si tratta, per Françoise Vergès, di mettere in luce il lavoro invisibile delle donne razzizzate, in quanto soggettività costrette a restare subalterne dalle forme più degenerate del capitalismo, quello razziale.

Il capitolo iniziale parla proprio delle donne che nel gennaio 2018, dopo quasi due mesi di sciopero, vinsero contro la Onet, società di pulizie che subappalta per la Snfc (la società nazionale delle ferrovie francesi).

Queste lavoratrici, che fanno parte di una forza lavoro razzizzata e prevalentemente femminile, che svolgono lavori sotto qualificati e quindi sottopagati, lavorano mettendo a rischio la loro salute, il più delle volte a tempo parziale, all’alba o alla sera quando gli uffici, gli ospedali, le università, i centri commerciali, gli aeroporti e le stazioni ferroviarie si sono svuotati, e nelle camere d’albergo quando i/le clienti se ne sono andati/e. Ogni giorno, instancabilmente, miliardi di donne puliscono il mondo.

Partendo dal valore sommerso del lavoro di queste donne e dalla rabbia legittimata dal non riconoscimento di tale valore, l’autrice desidera mettere in discussione il primato ideologico del femminismo bianco. Mostra come la divisione del mondo, a opera dello schiavismo coloniale del XVI secolo, abbia stabilito storicamente delle priorità vitali tra gli esseri umani (quelle di «un’umanità che ha il diritto di vivere e una che può morire»); secondo la studiosa questa stessa divisione avrebbe attraversato anche i femminismi occidentali. Altre roventi critiche ai femminismi bianchi sono dettate dal fatto che siano diversi ma unanimi nell’islamofobia e nell’adesione «a una missione civilizzatrice che divide il mondo tra culture aperte e culture ostili all’uguaglianza delle donne».

Il riconoscimento storico e la consapevolezza lucida di come gli strascichi dell’oppressione e dello sfruttamento si ripercuotano quotidianamente sui corpi delle donne e degli uomini razzizzati, potrebbero essere il terreno comune per la costruzione di nuove alleanze transnazionali.

Françoise Vergès dedica ampio spazio alla narrazione del «femminismo di politica decoloniale», riconducendo le sue origini e il suo ancoraggio storico al «femminismo di marronage». Il termine sta a indicare le schiave e gli schiavi fuggitivi alla ricerca di libertà e di nuove comunità in cui fermarsi – mantenendo costante il presupposto della relazione, ma anche dello spostamento e dell’immaginazione di spazi di libertà.

Questo femminismo, indocile e di resistenza, ha disegnato le tracce del femminismo decoloniale.

Ostile alla «fascistizzazione politica, alla predazione capitalista» è radicato «nella coscienza di un’esperienza profonda, concreta, quotidiana, di un’oppressione prodotta dalla matrice Stato, patriarcato e capitale».

Si tratta di dover saper cogliere e riconoscere l’intreccio tra i rapporti materiali nelle relazioni di dominio che si esperisce attraverso la pratica della disobbedienza attiva. Per un futuro che sappia sfibrare le maglie collose del pensiero neoliberista, che per resistere ripete da decenni che non ci sono alternative alla sua economia e alla sua ideologia.

Non quindi con «lo scopo di migliorare il sistema esistente ma di combattere tutte le forme di oppressione. Perché giustizia per le donne significa giustizia per il mondo intero».

#unadonnalgiorno

 

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