arte

Klára Hosnedlová. Il filo come forma di resistenza

Klára Hosnedlová
Ph. Laura Schaeffer

I miei materiali sono capsule del tempo.

Nelle sue opere, Klára Hosnedlová coniuga tradizioni artigianali regionali con un linguaggio postmodernista, tra brutalismo socialista e folklore malinconico.

Nata il 29 aprile 1990 a Uherské Hradiště, città della Moravia ceca vicina ai confini austriaci e slovacchi, ha trascorso l’infanzia in un paesaggio doppio e contraddittorio caratterizzato da una natura potente affastellata da fabbriche di cemento grezzo dove i membri della sua famiglia lavoravano dalla mattina alla notte per salari minimi. È in quella tensione irrisolta — tra bellezza e brutalità, tra il morbido e il duro — che si radica tutta la sua poetica.

Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Praga e alla Facoltà di Belle Arti di Brno. Ha presto abbandonato la pittura per dedicarsi al ricamo in seta, attratta dal processo più che dal risultato, lavorando inizialmente a partire da immagini e sequenze fermate da film del dopoguerra. Una scelta tecnica che è stata, fin dall’inizio, politica, il ricamo non era considerato arte in sé, ma piuttosto una tecnica dell’industria tessile o un’attività domestica. È proprio questa assenza di pressione che le ha restituito libertà.

Quando non riusciva a trovare piattaforme disposte ad accogliere i suoi lavori ricamati, ha cominciato a installarli in spazi pubblici non convenzionali, cercando architetture moderniste e brutaliste degli anni Sessanta e Settanta.

Da quel gesto di necessità è nato il suo linguaggio artistico, invece di limitarsi a esporre le opere in quegli ambienti, ha iniziato a integrarle in essi, a costruire ella stessa gli ambienti. È così che è emerso un vocabolario estetico dell’architettura sovietica, con tutte le sue connotazioni politiche e sociali, che ancora percorre il suo lavoro come una vena sotterranea.

Ogni installazione nutre i semi della successiva, ogni spazio diventa il terreno in cui germina il progetto che verrà.

Al centro di tutto c’è una domanda che non smette di risuonare: cosa significa abitare uno spazio?

L’architettura brutalista è radicale nella sua durezza e pesantezza. È proprio per questo che è possibile creare un ambiente morbido che con essa comunichi direttamente, compensando il suo carattere forte e maschile con elementi fragili, organici, più femminili. Non si tratta di ornamento, ma di contraddizione produttiva, il filo di lino contro la trave di ferro, il ricamo contro il cemento, il gesto lento e manuale contro la monumentalità dell’industria. 

Le sue installazioni nascono da una ricerca che intreccia tecniche antiche e saperi tramandati, attingendo alla memoria collettiva e mescolandola con frammenti di realtà contemporanea, senza mai aspirare all’accuratezza storica, ma puntando invece a creare qualcosa di nuovo.

La dimensione performativa è centrale e viene fotografata e filmata prima dell’apertura della mostra così che le scene ottenute forniscono le immagini per i suoi ricami, in un ciclo in cui il gesto dal vivo si trasforma in filo, e il filo ridiventa presenza nello spazio.

Nel maggio del 2025 tutto questo si è dispiegato nell’opera embrace la sua installazione più estesa sia in termini di scala fisica che di portata concettuale. Inaugurando la Commissione CHANEL all’Hamburger Bahnhof di Berlino — la storica stazione ferroviaria diventata contenitore d’arte contemporanea — ha trasformato i 2500 metri quadrati della sala principale in un paesaggio utopico di fibre di lino, archi di vetro fuso, rilievi di arenaria e lastre di cemento, con arazzi alti fino a nove metri sospesi dalla volta.

La sua ispirazione diretta non è la fantascienza ma il cinema della Nouvelle Vague ceca degli anni Sessanta e Settanta, film medievali che evocano emozioni interiori, brutalità umana e la persistenza dei miti attraverso il tempo. Ciò che l’affascina è la trasmissione transgenerazionale della conoscenza, come la storia e i suoi eventi plasmano — o non plasmano — il modo in cui le persone vivono, pensano, si comportano.

Nell’affrontare l’enorme sala dell’Hamburger Bahnhof, ha descritto un ambiente simile a un animale fatto di travi scheletriche metalliche nere, una camera fredda, dura, risonante, dal carattere maschile. La risposta è stata, ancora una volta, quella del contrasto fertile in cui ha utilizzato grandi arazzi di semi di lino a smorzare l’eco, pozze di epossidico nero sul pavimento a riflettere la luce del lucernario come voragini nel terreno, con una componente sonora e musicale a intessere il tutto.

Il titolo è architettonico, politico, corporeo. È la proposta di uno spazio senza barriere né gerarchie, in cui chi lo visita cammina gli stessi percorsi dei performer, porta la propria presenza e lascia le proprie tracce.

«Il mio lavoro è letteralmente in attesa di qualcuno che sta per entrare», ha sostenuto. Ed è in quell’attesa paziente, testarda, organica come la vita, che risiede tutta la sua forza.

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