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Mariasilvia Spolato

Mariasilvia Spolato
Mariasilvia Spolato, pioniera del movimento per i diritti delle persone Lgbtq+ è stata la prima donna in Italia a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità. 
Per prima ha avuto il coraggio di metterci la faccia, pagandone dure conseguenze che l’hanno costretta a una vita di emarginazione e isolamento.
L’8 marzo 1972 in una manifestazione femminista a Roma, a Campo de’ Fiori, ha sfilato, per la prima volta in pubblica piazza, con un cartello che recava la scritta Liberazione omosessuale.
Le foto che la ritraevano vennero pubblicate dal settimanale Panorama procurandole problemi personali e lavorativi.

Nata a Padova il 25 giugno 1935 in una famiglia della media borghesia, dopo la laurea in scienze matematiche nel 1961, si era trasferita a Milano, dove lavorava alla Pirelli.

Successivamente si è abilitata come insegnante. Nel 1969 ha pubblicato un manuale scolastico di insiemistica corredato da esercizi.

Trasferitasi a Roma all’inizio degli anni Settanta, ha frequentato il collettivo femminista di via Pompeo Magno, partecipando al movimento omosessuale e a quello femminista, approfondendo tematiche legate ai diritti civili e all’impegno politico.

Nel 1971 ha fondato il Fronte di Liberazione Omosessuale (FLO), partendo dall’idea che le lesbiche dovessero liberarsi dalla doppia oppressione che subivano in quanto donne e omosessuali, il movimento poi è confluito nel Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano (F.U.O.R.I.) di cui ha creato, insieme a Angelo Pezzana, l’omonima rivista.

Nel 1972 ha curato un’antologia di testi sui movimenti omosessuali di liberazione provenienti da tutto il mondo I movimenti omosessuali di liberazione. Documenti, testimonianze e foto della rivoluzione omosessuale, che ancora oggi è considerato una bibbia dei diritti civili.

Attivista impegnata e agguerrita, ha svolto un ruolo di primo piano nella Stonewall italiana, la manifestazione di protesta tenutasi a Sanremo contro un Congresso internazionale di Sessuologia che come tema aveva i “Comportamenti devianti della sessualità umana”. Coinvolgendo militanti provenienti anche dall’Inghilterra, dal Belgio e dalla Francia, riuscirono a far chiudere anticipatamente l’evento. Quando venne intervistata dal Corriere della Sera, non aveva avuto remore a dichiarare il suo nome e cognome, scelta che ha pagato sulla sua pelle.

Grazie alla conoscenza delle lingue straniere e alle relazioni maturate nel corso dei suoi viaggi, è stata anche la principale organizzatrice del primo Congresso internazionale delle donne omosessuali, del 27 e 28 aprile 1974, denunciando esplicitamente il clima pesante di emarginazione e solitudine in cui si viveva.

A causa del suo attivismo, venne licenziata dal Ministero dell’Istruzione con la motivazione di essere indegna all’insegnamento.

Ripudiata dalla sua famiglia, senza la possibilità di lavorare, ha cominciato a vivere per strade e girovagare per diverse città italiane. All’inizio si appoggiava a casa di amiche e amici, per poi ritrovarsi a dormire per strada, nelle stazioni, dove capitava. Viveva da barbona, sempre china sulle campane della carta, a recuperare libri e riviste, non ha mai smesso di leggere e documentarsi, anche nella sua vita ai margini. Si racconta che fosse sempre intabarrata nella sua giacca a vento rossa e blu, con il cappello di lana calato sulla testa, d’estate e d’inverno e che si rifugiasse nella biblioteca, quando fuori era troppo freddo.

Per strada veniva ingiuriata, sbeffeggiata, presa in giro, le spegnevano addosso le sigarette, la picchiavano.

Negli anni Novanta si è ammalata di una cancrena alla gamba. Presa in carico dai servizi sociali, venne ospitata in una casa di riposo da dove di giorno usciva e tornava la sera per dormire.

È stato a Villa Armonia a Bolzano, che ha passato gli ultimi anni della sua vita, ha contribuito a curare la vita culturale della struttura, recuperando una piccola parte degli affetti che le erano stati ingiustamente tolti.

Lì, tra i suoi amati libri, è morta il 31 ottobre 2018.

Dopo la sua dipartita, grazie al fotografo Lorenzo Zambello e al quotidiano Alto Adige la storia della coraggiosa pioniera del movimento per i diritti delle persone omosessuali, ha avuto un riconoscimento pubblico.

Le è stata dedicata una mostra e la scrittrice Donata Mljac Milazzi ha scritto un libro sulla sua storia dal titolo Da un pugno di polvere,
in omaggio alla donna che per prima ha avuto il coraggio di dire che amava un’altra donna. Libera fino alla fine.
 #unadonnalgiorno

 

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