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Ribka Sibhatu

Ribka Sibhatu scrittrice eritrea imprigionata per aver rifiutato di sposare un generale
Ribka Sibhatu
Sono stata in carcere, la mia unica colpa era quella di aver rifiutato di sposare un generale che mi voleva in moglie.

Ribka Sibhatu, scrittrice, poeta e mediatrice culturale eritrea, vive in Italia dopo aver subito la lacerazione dell’esilio che l’ha costretta ad attraversare l’Etiopia e la Francia, prima di stabilirsi a Roma.

Nata ad Asmara il 18 settembre 1962, a diciassette anni ha rifiutato di sposare un ufficiale etiope e per questo è stata incarcerata per un anno durante il regime di Menghistu Hailè Mariàm, con l’accusa di essere una spia dei guerriglieri. Parlando correntemente l’amarico, la lingua dei suoi carcerieri, è riuscita a dimostrare la propria innocenza, mentre molte delle donne arrestate insieme a lei hanno continuato a subire violenze per mesi.

L’anno seguente è fuggita dal paese, portando con sé pochi libri, tra cui Il diario di Anna Frank, che l’ha spinta a misurarsi per la prima volta con la scrittura. Ha completato gli studi superiori in Etiopia, dove ha conosciuto un uomo francese che avrebbe sposato nel 1985, trasferendosi l’anno successivo a Parigi e poi a Lione. Dopo la fine del matrimonio, nel 1996 si è stabilita a Roma, dove ha conseguito un dottorato in Sociologia della comunicazione alla Sapienza.

Nel 1993 ha pubblicato Aulò. Canto-poesia dall’Eritrea, la sua prima raccolta di liriche scritte in tigrino e tradotte da lei stessa in italiano, seguita nel 1999 da Cittadino che non c’è e, nel 2012, da L‘esatto numero delle stelle e altre fiabe dell’altopiano eritreo.

Ha lavorato come consulente per le politiche interculturali del Comune di Roma e, dal 2006, fa parte del comitato scientifico per l’intercultura del Ministero dell’Istruzione.

Ribka Sibhatu ha trasformato l’esilio in una lingua e la memoria in un mestiere, scrivendo in un idioma non suo per raccontare un paese che rischia di scomparire dalla coscienza di chi l’ha colonizzato. La sua scrittura non chiede perdono, chiede solo di non essere dimenticata.

Alle donne ferivano le piante dei piedi e le costringevano a camminare nella ghiaia con i piedi sanguinanti. Molte svenivano per il dolore. Mentre tornavo in cella dalla sala delle torture, per il dolore delle percosse alla schiena mi sono accasciata e ho sentito il mio torturatore dire ai suoi colleghi che ero innocente, come se il mio esame fosse finito.

 

 

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