Mi chiamo Silvia Romano e oggi sono solo una voce nel buio.
Silvia Romano è la cooperante italiana, diventata nota all’opinione pubblica per il sequestro subito in Kenya nel 2018 e per la prigionia di diciotto mesi trascorsa in Somalia nelle mani di un gruppo legato ad Al Shabaab.
La sua storia ha attraversato fasi molto diverse tra loro – l’angoscia collettiva per la sua sorte, la gioia per la liberazione, poi una violenta ondata di polemiche e insulti legati alla sua conversione all’Islam – diventando uno dei casi più discussi degli ultimi anni in Italia sul modo in cui i media e l’opinione pubblica trattano le donne che tornano da esperienze estreme senza conformarsi alle aspettative di chi le osserva.
Silvia Romano è nata a Milano il 13 settembre 1995. Dopo essersi diplomata in una scuola per mediazione linguistica nell’ambito della sicurezza e della difesa sociale, ha cominciato a dedicarsi al volontariato internazionale, aderendo all’associazione Africa Milele Onlus, con sede a Fano, impegnata in progetti a sostegno dei diritti dell’infanzia in Kenya. Prima del sequestro aveva già preso parte a un’altra missione nella stessa regione, e in Italia si era occupata anche di ginnastica artistica e acrobatica come istruttrice.
Il 20 novembre 2018, mentre lavorava nel villaggio di Chakama, a circa ottanta chilometri da Malindi, un commando di uomini armati di fucili e machete ha fatto irruzione nella sede dell’associazione e l’ha rapita, portandola via su una moto, senza cellulare né passaporto. Per mesi le tracce di Silvia Romano si sono perse: le autorità kenyote alternavano annunci ottimistici a lunghi silenzi, mentre le indagini italiane ipotizzavano che la ragazza fosse stata trasferita in Somalia e venduta ai miliziani di Al Shabaab. Nella prigionia, secondo il racconto reso poi ai magistrati, ha affrontato il primo mese piangendo, ha chiesto di poter leggere il Corano e ha progressivamente scelto di abbracciare la fede islamica, prendendo il nome di Aisha.
Il 9 maggio 2020, dopo un’operazione dell’intelligence italiana condotta in collaborazione con i servizi somali e turchi, Silvia Romano è stata liberata in una zona vicina a Mogadiscio. È tornata in Italia il giorno successivo, atterrando a Ciampino con indosso un abito verde smeraldo e il velo tradizionale delle donne somale, accolta dai genitori e dalle massime cariche istituzionali.
Le immagini del suo arrivo, insieme all’annuncio della conversione, hanno scatenato in poche ore una campagna d’odio sui social e sulla stampa, con titoli e commenti che hanno messo in discussione la sua libertà di scelta, il presunto pagamento di un riscatto per la sua liberazione e persino la legittimità della sua gioia nel tornare a casa. Silvia Romano ha risposto alle polemiche spiegando ai magistrati di aver avuto bisogno di credere in qualcosa durante la prigionia, e di aver scelto liberamente la propria fede.
Oggi Silvia Romano lavora come insegnante di mediazione linguistica nella stessa scuola dove si era laureata, la Ciels.
Nota dell’autrice:
Urge ancora e ulteriormente ricordare che chi fa cooperazione internazionale, chi lavora per una ONG, svolge un lavoro come altri. Non è che si va a cercare gli attentati e i rapimenti, sono cose che possono capitare.
Mi chiedo perché quando si spara a un poliziotto tutto il paese si commuove, vuole giustizia, vuole vendetta, si cacciano le bandiere, si omaggiano le famiglia.
Se poi viene rapita o ammazzata una persona che fa cooperazione internazionale, l’opinione più diffusa è che se l’è andata a cercare, che poteva restarsene a casa.
Perché questi diversi parametri di giudizio rispetto ai lavori, alle vite e alle morti delle persone? Perché?















