Nessuno mi mette un velo sulla testa se non io. È una mia scelta, tutelata dal Primo emendamento. E questo non è l’ultimo divieto che mi impegnerò a far cadere.
Ilhan Omar, deputata democratica del Minnesota, è stata la prima persona di origine somala eletta al Congresso degli Stati Uniti e, insieme a Rashida Tlaib, una delle prime due donne musulmane a sedere nella Camera dei rappresentanti.
È arrivata a dodici anni da un campo profughi ed è diventata il volto più riconoscibile e tra i più bersagliati, di un paese che si racconta plurale e fatica a esserlo davvero.
Nata a Mogadiscio il 4 ottobre 1982, è la più piccola di sette tra sorelle e fratelli. Ha perso la madre, Fadhuma Abukar Haji Hussein, quando aveva due anni ed è cresciuta con il padre, Nur Omar Mohamed, ex colonnello dell’esercito somalo e formatore di insegnanti, e con il nonno, in una famiglia che dava grande valore all’istruzione.
Con lo scoppio della guerra civile, la famiglia è fuggita dalla capitale e ha passato quattro anni in un campo profughi in Kenya. Ottenuto l’asilo negli Stati Uniti nel 1995, dopo un periodo ad Arlington, in Virginia, si è stabilita a Minneapolis, nel quartiere di Cedar-Riverside, il cuore della comunità somala del Minnesota. È entrata in contatto con la politica a quattordici anni, quando accompagnava il nonno alle assemblee locali del Partito democratico, facendogli da interprete.
Dopo il diploma alla Thomas Edison High School si è laureata in scienze politiche e studi internazionali alla North Dakota State University. Ha lavorato come educatrice alimentare per l’Università del Minnesota, diretto la campagna elettorale della senatrice statale Kari Dziedzic ed è stata consulente politica di un consigliere comunale di Minneapolis.
La prima sfida elettorale è arrivata con la candidatura alla Camera del Minnesota. Alle primarie ha battuto Phyllis Kahn, che occupava quel seggio da quarantaquattro anni e, nel 2016, è diventata la prima persona di origine somala eletta in un parlamento statale del paese.
Due anni dopo, ha conquistato il quinto distretto del Minnesota, quello di Minneapolis, con il 78% dei voti, prima donna nera a rappresentare lo stato a Washington. Ha giurato sul Corano appartenuto al nonno ed è stata la prima donna a indossare il hijab alla Camera, grazie alla modifica di una regola che, dal 1837, vietava di coprirsi il capo nell’emiciclo.
Con Alexandria Ocasio-Cortez, Ayanna Pressley e Rashida Tlaib ha formato la cosiddetta “Squad“, il gruppo di giovani deputate progressiste che ha spinto il Partito democratico a confrontarsi su sanità, clima, immigrazione e politica estera.
Donald Trump le ha prese di mira fin da subito, invitandole a “tornare” nei paesi da cui venivano, nonostante tre su quattro siano nate negli Stati Uniti. A un suo comizio in North Carolina, nell’estate del 2019, la folla ha scandito contro di lei “Send her back”, rimandatela indietro.
Le critiche al governo israeliano e al peso delle lobby nella politica statunitense le hanno procurato accuse di antisemitismo. Quando i repubblicani hanno ripreso la maggioranza, l’hanno rimossa dalla commissione Esteri con un voto di parte, nel febbraio 2023.
Ha raccontato la sua storia nell’autobiografia This Is What America Looks Like: My Journey from Refugee to Congresswoman, scritta con Rebecca Paley, uscita nel 2020.
Sua figlia Isra Hirsi, attivista per il clima, è tra le organizzatrici degli scioperi studenteschi negli Stati Uniti.
Il clima attorno a lei non si è mai rasserenato. In gennaio 2026, durante un incontro pubblico a Minneapolis, aveva appena chiesto l’abolizione dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, quando un uomo è salito sul palco e le ha spruzzato addosso un liquido con una siringa. Nonostante lo staff volesse metterla al riparo, lei è rimasta e ha continuato a parlare. Trump ha poi insinuato che fosse tutta una messinscena.
Ad agosto ha vinto di nuovo le primarie democratiche e a novembre si presenta per il quinto mandato.
Ilhan Omar porta al governo tutto ciò che una parte del paese non vuole vedere. È donna, nera, musulmana, rifugiata e non chiede il permesso. Per questo motivo, ogni sua parola viene pesata più di quella di chiunque altro, ogni errore diventa un processo e la sua sola presenza viene considerata una provocazione.
Ha scelto di non farsi piccola e di essere protagonista sul palco della politica, per farsi sentire, per occupare e allargare uno spazio inimmaginabile per tante ragazze.
Mi interessa molto di più difendere le mie idee che difendere le mie identità.















