“Alla vista dei soldati nazisti cercarono di fuggire, ma quelli bloccarono il ponte mentre altri si disposero sulla strada: strette tra i due blocchi, le donne si videro senza scampo.“
Il 7 aprile 1944, sul Ponte di Ferro a Roma, dieci donne vennero fucilate dalle truppe di occupazione naziste per aver rubato pane e farina destinati ai soldati tedeschi. Per decenni, sono rimaste, “le donne senza nome” e la loro storia è stata recuperata solo a metà degli anni Novanta, quando lo storico Cesare De Simone ha ricostruito i fatti in un saggio poi confluito nel libro Donne senza nome (Mursia, 1998).
Nella primavera del 1944, Roma viveva sotto l’occupazione tedesca da settembre dell’anno precedente. La fame era diventata il tratto più comune della vita quotidiana della città e, ad aggravare la situazione, il 26 marzo 1944 un’ordinanza del generale Kurt Mälzer, comandante militare della piazza di Roma, aveva ridotto a cento grammi la razione giornaliera di pane concessa ai civili. Le donne romane, esasperate, avevano cominciato a ribellarsi, assaltando i forni in ogni angolo della città, tanto nelle borgate popolari quanto nei quartieri borghesi. Il primo assalto era avvenuto il 1° aprile, al forno di via Tosti.
Il 7 aprile la protesta era arrivata al Forno Tesei, un mulino nella zona di Ostiense, che riforniva pane bianco e farina alle truppe tedesche mentre alla popolazione ne restavano solo le briciole. Avendo scoperto i grossi depositi di farina custoditi nello stabilimento, un corposo gruppo di donne che abitavano nelle zone limitrofe, decisero di assaltarlo, riuscendo a sfondare i cancelli. Il direttore del forno, forse per pietà verso quella disperazione, forse per evitare danni ai macchinari, non aveva opposto resistenza, lasciando che si impadronissero di piccole quantità di pane e farina. Qualcuno, però, aveva avvertito la polizia nazifascista e ben presto arrivarono i soldati della Wehrmacht che le avevano trovate con il bottino depredato.
La partigiana Carla Capponi, che anni dopo avrebbe voluto una lapide a ricordo di quel giorno, ha raccontato così quei momenti:
“Alla vista dei soldati nazisti cercarono di fuggire, ma quelli bloccarono il ponte mentre altri si disposero sulla strada: strette tra i due blocchi, le donne si videro senza scampo e qualcuna fuggì lungo il fiume scendendo sull’argine, mentre altre lasciarono cadere a terra il loro bottino e si arresero urlando e implorando. Ne catturarono dieci, le disposero contro la ringhiera del ponte, il viso rivolto al fiume sotto di loro. Si era fatto silenzio, si udivano solo gli ordini secchi del caporale che preparava l’eccidio. Qualcuna pregava, ma non osavano voltarsi a guardare gli aguzzini […] Alcuni tedeschi si posero dietro le donne, poi le abbatterono con mossa repentina, come si ammazzano le bestie al macello“.
Le dieci donne uccise quel giorno si chiamavano Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Assunta Maria Izzi, Silvia Loggreolo, Esperia Pellegrini, Concetta Piazza e Arialda Pistolesi.
I corpi furono lasciati sul ponte per l’intera giornata, a monito per la popolazione, mentre il luogo restava presidiato per impedire che venissero rimossi.
Sulla sorte delle salme le fonti divergono: alcune ricostruzioni riferiscono che furono portate via di notte e condotte all’obitorio, dove i familiari poterono riconoscerle; altre sostengono invece che vennero caricate su un camion e che nessuno seppe mai dove furono portate e sepolte. È uno dei punti che l’oblio durato oltre cinquant’anni attorno a questo eccidio non ha mai permesso di chiarire del tutto.
La rivolta del pane non si fermò e il 3 maggio 1944, a Tiburtino III, un nuovo assalto a un forno costò la vita a un’altra donna, Caterina Martinelli, madre di sette figli, colpita dai colpi di fucile mentre cercava di rubare una pagnotta per sfamarli.
Per oltre cinquant’anni la strage del Forno Tesei, conosciuta anche come eccidio del Ponte di Ferro o del Ponte dell’Industria, è rimasta ai margini della memoria pubblica della Resistenza romana, forse perché a compierla non erano state combattenti armate ma donne comuni, mosse dalla fame più che da una scelta politica esplicita.
Solo nel 1997 è stata posta una lapide commemorativa sul ponte, e soltanto a partire dagli anni Duemila scuole e associazioni, prima fra tutte la sezione dell’ANPI intitolata a don Pietro Pappagallo, hanno cominciato a restituire un volto e una dignità a quelle che venivano chiamate “le donne del Ponte”.
Un’eco di quella rivolta silenziosa e disarmata, fatta soprattutto di donne, è arrivata anche al cinema l’anno successivo, nel 1945, con Roma città aperta di Roberto Rossellini: la corsa di Pina, interpretata da Anna Magnani, dietro il camion che porta via il compagno, è diventata l’immagine più nota di quella resistenza quotidiana e disperata che le dieci donne del Forno Tesei avevano vissuto, senza sopravvivere per raccontarla.
Chiedere pane per sfamare i propri figli, in quella Roma occupata e affamata, poteva costare la vita. Le dieci donne del Ponte di Ferro non imbracciarono mai un fucile, ma la loro morte resta una delle pagine più dure della Resistenza romana, e il loro nome, oggi, è finalmente qualcosa che si può pronunciare.















