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Marisa Albanese raffinata artista post concettuale

Marisa Albanese raffinata artista post concettuale

Nutro una stima particolare per Marisa Albanese. Il suo modo intelligente e raffinato di toccare i temi più caldi dell’umanità, la rende speciale, come donna e come artista.

Marisa Albanese vive e lavora a Napoli. Artista post concettuale, esplora i temi delle battaglie delle donne e dei popoli che affrontano il mare.

La poetica di Marisa Albanese, da sempre legata a temi quali la stratificazione, la dislocazione dello sguardo, i flussi di energia, gli spostamenti umani e il movimento delle idee su geografie che sono fisiche ma soprattutto interiori, si è da qualche anno incentrata sul tema dell’immigrazione e sulle domande e le tensioni che la presenza dell’altro/a produce nelle nostre culture e nella nostra società.

In bilico tra concettualismo e minimalismo, Marisa Albanese basa i propri lavori su installazioni di pittura, disegno, scultura e linguaggio audiovisivo. Tensione e attraversamento costituiscono i topoi che unificano tematicamente e strutturano concettualmente la sua ricerca e strategia estetica.

Le sue opere sono nelle maggiori collezioni private italiane e estere e in numerose istituzioni pubbliche, anche nella sua città: il Museo MADRE, il Museo Nazionale di Capodimonte, il Museo del ’900 a Castel Sant’Elmo, il Pio Monte della Misericordia.

Nella stazione Quattro Giornate, della Metropolitana dell’Arte, quindi alla portata di migliaia di persone che ogni giorno transitano in quel luogo, si trova la sua installazione permanente dal titolo Le Combattenti. Quattro donne totalmente bianche con degli elmi sulla testa che sembrano dei caschi, sedute immobili come atlete in stato meditativo. L’opera è stata istallata nel 2000 nel progetto delle “Stazioni dell’arte”, che ha trasformato le stazioni metropolitane in veri e propri “musei obbligatori”.

Il titolo “Combattenti” è un omaggio alle donne della Resistenza ma lo è anche per quelle figure femminili ribelli, contemporanee e future, che con le loro idee controcorrenti e le loro piccole sfide quotidiane riescono ad essere vincitrici per se stesse smuovendo le coscienze comuni.

Questa “guerra” viene portata avanti con l’ausilio di un casco, emblema della difesa del cervello contro  l’omologazione oggi giorno sempre più imperante; è l’oggetto che, scevro da connotazioni aggressive, permette alle “Combattenti” di filtrare gli stimoli esterni accettando quelli positivi e respingendo quelli negativi.

La rappresentazione della figura femminile ribelle delle “Combattenti” viene anche associata alla metafora dell’artista nella seconda parte dell’opera con il palindromo “In girum imus nocte ecce et consumimur igni”. La scritta fa riferimento alle falene che nella notte vengono attratte dal fuoco che lentamente le consuma.

Per Marisa Albanese la falena è l’artista, che pur di esprimere la sua arte, non ha paura di essere bruciato dal fuoco; l’artista-falena accetta i rischi ed è consapevole del fatto che i suoi lavori potrebbero non essere apprezzati.

La sua opera è sapiente esercizio comunicativo,  consapevole forma di riscatto che dà voce all’ineffabile, rende tangibile l’invisibile, prende posizione quale parte attiva in un processo di creazione di senso. Contribuisce alla costruzione di un immaginario simbolico col potere di trasmettere alla società l’energia di quell’immaginario, che consente di fare i conti con le proprie necessità, con le proprie aspirazioni e con le proprie iniquità, realizzando, di fronte ai nostri occhi, la possibilità di reinventarsi, di ripensare i propri valori e i propri obiettivi.

Personalmente, ho conosciuto Marisa Albanese nel 2015, era una delle artiste partecipanti a una mostra collettiva sui luoghi e gli spazi dell’Amica Geniale di Elena Ferrante, di cui curavo la comunicazione. Non dimenticherò mai una sua telefonata in cui mi raccomandava di dare risalto ai nuovi artisti che esponevano, perché era importante dare visibilità alle nuove generazioni che non hanno mai voce. In un mondo, come quello dell’arte, devo dirlo, dove spesso predomina l’ego, quella sua posizione mi diede una carica di speranza non indifferente.

Successivamente, Marisa mi ha voluta accanto a sé nel progetto Corpus Comune, siamo, quindi, partite insieme per Lampedusa per segnare la prima tappa dell’approdo in Italia per tante donne e uomini che sfidano prima la Libia e poi  il mare per cercare una vita migliore. Lampedusa è stato un viaggio dell’anima e un’esperienza che ha segnato la mia vita. Ci siamo ritrovate in un’isola ventosa e restia ad accogliere l’ennesima artista che voleva ricavare ispirazione in un luogo dove le priorità sono altre. Ma questo, personalmente, l’ho capito soltanto molto tempo dopo, all’epoca ero solo scoraggiata, mentre Marisa continuava a ripetermi che nella sua vita aveva trovato soltanto porte chiuse davanti a sé ma non per questo si era mai arresa, anzi, ne aveva tratto un punto di sfida e di forza.

Varie sono state le peripezie che ci siamo trovate ad affrontare, compresa la porta sbarrata di quella sindaca osannata da tutta la sinistra italiana che non ha voluto nemmeno salutarci, nonostante fosse lì, da sola, nella sua stanza e in orario di ricevimento. Ma questo adesso non è importante. La cosa più divertente è stata che, per un disguido tra prefettura e ministero degli interni, siamo riuscite a entrare nel famigerato hotspot dell’isola, dove l’ingresso era vietato assolutamente a tutti e tutte. Siamo entrate, abbiamo visitato, parlato, visto, siamo state dentro per quasi un’ora prima che ci sbattessero fuori, nemmeno elegantemente, dopo averci verificato i documenti per ben due volte. Abbiamo fatto una cosa che resterà nella storia, neppure gruppi di attivisti, o reporter potevano avervi accesso, se non accompagnati da delegazioni politiche. Ma le missioni impossibili non facevano che stimolarci. Dopo incontri, appuntamenti, senza conoscere nessuno, tutto all’impronta, Marisa ha deciso di organizzare un laboratorio artistico clandestino con i ragazzi che vivevano nel centro e che ogni giorno scappavano da un buco nella rete di recinzione. Insieme poi abbiamo fatto altri laboratori con persone migranti, stavolta a Napoli, in un luogo meno ostile, che hanno prodotto un libro, delle mostre, un film e, soprattutto, un’esperienza umana indescrivibile.

Marisa Albanese è un’artista e una donna intelligente, raffinata, che quando parla sussurra e che pensa sempre molto, prima di aprire bocca.

Le sue mani instancabili disegnano continuamente sul quadernino che si porta sempre appresso. Una donna dai lunghi silenzi, che preferisce fare più che raccontare.

Esile e minuta, possiede una forza straordinaria e una caparbietà non indifferente. Ha dovuto sgomitare molto per riuscire a esprimersi fin dai suoi esordi, avvenuti in un’epoca in cui le donne nel mondo dell’arte erano ancora mosche bianche.

Sono fiera di averla incontrata e potermi definire una sua amica. La sua delicatezza e insieme la sua grande forza, sono necessarie al mondo dell’arte e della cultura tutta. 

#unadonnalgiorno

 

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