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Shamsia Hassani

Shamsia Hassani

La vita di un’artista di strada pone problemi particolari per le donne: mi preoccupo per la mia sicurezza e a volte ho paura, penso che dovrei lasciare, ma voglio rendere l’Afghanistan famoso per l’arte, non per la guerra.

Shamsia Hassani è stata la prima donna a fare street art in Afghanistan, dando voce con il proprio lavoro all’oppressione delle donne nella società, mentre insegnava alla facoltà di Belle Arti di Kabul.

Nata in Iran, a Teheran, il 9 aprile 1988 da genitori rifugiati afghani originari di Kandahar, le era stato impedito di iniziare gli studi d’arte a causa della sua nazionalità.

Rientrata a Kabul nel 2005, si è iscritta alla facoltà di Arte e ha fondato, con altre nove persone, il collettivo d’arte contemporanea ROSHD, poi diventato l’organizzazione Berang, per promuovere l’arte e la cultura contemporanea in Afghanistan attraverso laboratori, incontri e mostre.

Nel 2009 è stata selezionata tra i dieci migliori artisti del paese.

Aveva iniziato dipingendo su tela, ma nel 2010 ha scoperto il potere comunicativo della street art durante un workshop tenuto a Kabul dal writer inglese Wayne “Chu” Edwards.

Da allora ha realizzato disegni sui muri per arrivare al cuore delle persone, portando l’arte nei luoghi del degrado, sulle pareti degli edifici danneggiati dalla guerra e dai bombardamenti nella periferia di Kabul, per coprire le brutture della guerra e, insieme, per non farle dimenticare.

I suoi graffiti rompono l’approccio iconoclasta dell’arte islamica e i suoi soggetti sono sempre donne: avvolte nel tradizionale chador, in pose leggiadre, con strumenti musicali o semplicemente immerse nei propri pensieri. Figure imponenti e austere che arrivano fino alle nuvole, disegnate con una linea di contorno che curva sulla testa e si fa spigolosa in prossimità delle spalle, quasi titaniche nello sforzo di presentarsi, dominare, farsi riconoscere e accettare. Accanto ai loro corpi si stagliano linee curve e arricciolate, come bolle o onde del mare, l’emblema di parole non dette, ingoiate, taciute, che le donne afghane non hanno mai avuto il diritto di pronunciare.

Progettava digitalmente ogni immagine, poi usciva velo in testa e mascherina sulla bocca, e lavorava molto in fretta, perché in quanto donna era sempre in pericolo mentre dipingeva per strada, esposta ogni giorno a molestie, aggressioni, sassi lanciati contro di lei.

Nel 2014 è stata finalista per il premio Artraker con il progetto La magia dell’arte è la magia della vita e, nello stesso anno, Foreign Policy l’ha inserita tra i cento pensatori globali dell’anno.

Ha esposto in India, Iran, Germania, Stati Uniti, Svizzera, Vietnam, Norvegia, Australia, Danimarca, Turchia, Italia e Canada, oltre che nelle ambasciate straniere a Kabul e, nel 2016, è stata artista residente allo Hammer Museum di Los Angeles.

Molto apprezzato è stato anche il suo progetto Dreaming Graffiti, realizzato lavorando su fotografie di luoghi non accessibili, come la nicchia vuota del Buddha di Bamiyan, fatto saltare con la dinamite dai talebani nel 2001. La presenza, anche solo immaginata, di una donna in quel vuoto è un simbolo della rinascita sociale e culturale che l’artista ha sempre voluto rappresentare.

Ha lasciato l’Afghanistan poco prima della caduta di Kabul, nell’agosto 2021. I murales che aveva dipinto in città sono stati cancellati dai talebani subito dopo la presa del potere. Nel dicembre dello stesso anno la BBC l’ha inserita tra le sue 100 Women del 2021.

Oggi vive e lavora negli Stati Uniti, dove continua a dipingere le sue figure femminili soprattutto su tela.

Nel 2025 ha esposto in una mostra personale, The Dreamer, alla Dorothy Circus Gallery di Londra.

Il messaggio di fondo del suo lavoro è sempre stato lo stesso: rimettere la donna al centro del percorso di progresso civile, nell’educazione, nel libero esercizio dei propri diritti, al voto, alla salute, all’istruzione, all’opinione. Lo ha fatto sui muri di Kabul finché ha potuto e, quando quei muri le sono stati tolti, ha continuato a farlo su tela, a migliaia di chilometri di distanza.

Voglio usare i miei quadri per ricordare alla gente il valore delle donne. Le sto dipingendo grandissime. Voglio dire alla gente: guardateci in modo diverso.

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