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Isotta Gervasi, la dottora dei poveri in bicicletta

Isotta Gervasi

Un giorno, nel tentativo di imitare gli acrobati volanti del circo, mi affidai a due corde assicurate a due rami di pioppo e piombai addosso a un contadino. Accorsi subito accanto al poveretto che non dava più segni di vita. Feci di tutto per rianimarlo: gli praticai perfino la respirazione artificiale, secondo le regole che avevo appreso dal libro di scienze. Finalmente il contadino rinvenne: era stordito e dolorante ma ebbe la forza di ringraziarmi perché mi ero presa cura di lui. Chissà, forse in quel momento scelsi di diventare medico.

Isotta Gervasi è stata una delle figure più straordinarie della medicina italiana del Novecento, ricordata ancora oggi come “la dottora dei poveri” e “l’angelo in bicicletta”.

Nata il 21 novembre 1889 a Castiglione di Cervia, nel Ravennate, in un’Italia in cui alle donne era raramente concessa la possibilità di studiare e costruirsi una carriera professionale, era figlia di Virginia Ridolfi e dell’imprenditore Emilio Gervasi.

Crebbe in una famiglia che incoraggiò le figlie allo studio in un’epoca dominata da una cultura profondamente patriarcale. Frequentò il liceo classico tra Cesena e Ravenna e maturò presto il desiderio di diventare medica. In un’intervista del 1965 raccontò che la sua vocazione nacque dopo aver soccorso un contadino rimasto privo di sensi in seguito a una caduta accidentale mentre lei giocava a imitare gli acrobati del circo. Cercò di rianimarlo applicando le nozioni apprese sui libri di scienze e quell’episodio le fece capire quale sarebbe stata la sua strada.

Si iscrisse alla Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, dove fu allieva di importanti studiosi come Augusto Murri e Augusto Righi. Si laureò il 15 maggio 1917 e si specializzò in Pediatria nel 1919, quando pochissime donne riuscivano ad accedere agli studi medici.

Nonostante la maggior parte delle laureate fosse indirizzata verso la pediatria, considerata più “adatta” alle donne, scelse una strada ancora più difficile: quella del medico condotto, prima a Savarna e successivamente a San Zaccaria, diventando la seconda donna in Italia a esercitare questa professione dopo Adelasia Cocco.

La sua vita professionale si svolse soprattutto tra Ravenna, Cervia e le campagne romagnole. Per raggiungere i pazienti percorreva chilometri ogni giorno in bicicletta, spesso sotto la pioggia o nel fango. Visitava prima le famiglie più benestanti, che la ricambiavano con cibo, vino o piccoli doni, e poi distribuiva tutto ai poveri che non potevano permettersi cure o viveri. Molte volte non chiedeva alcun compenso, convinta che la medicina fosse prima di tutto una missione umana. Negli anni Venti iniziò a spostarsi anche in motocicletta e poi in automobile, diventando un simbolo di emancipazione femminile in una società che durante il Fascismo relegava le donne quasi esclusivamente alla casa e alla famiglia.

Durante la Seconda guerra mondiale tornò alla bicicletta a causa della scarsità di benzina e lavorò nelle zone vicine alla Linea Gotica, soprattutto a Savio, curando gratuitamente sfollati e soldati di ogni nazionalità. La sua dedizione impressionò profondamente la popolazione locale, che iniziò a considerarla una figura quasi leggendaria. Parallelamente alla medicina coltivò passioni insolite per una donna del suo tempo, i motori, le gare automobilistiche e perfino il volo. Nel 1918 salì su un aereo grazie all’aviatore Giovanni Widemer, diventando una delle prime donne ravennati a provare quell’esperienza.

Isotta Gervasi è stata anche una donna di grande cultura che ha frequentato importanti intellettuali. Tra le amicizie più celebri ci fu quella con Grazia Deledda, che trascorreva lunghi periodi a Cervia e rimase affascinata dalla personalità della dottoressa. Nel celebre elzeviro “Agosto felice”, pubblicato sul “Corriere della Sera” nel 1935, la scrittrice sarda la descrisse come una donna elegante e luminosa, capace però di trasformarsi davanti al letto dei malati in una presenza rassicurante e generosa, pronta a curare con la stessa attenzione principi e operai.

Nel 1963 il Comune di Cervia le assegnò il “Premio della bontà. Notte di Natale” per il suo costante impegno verso le persone più fragili. Due anni dopo, è stata la prima donna a ricevere il prestigioso “Premio Missione del Medico” della Fondazione Carlo Erba, grazie al suo “magnifico esempio di altruismo”.

Da quel momento la stampa nazionale iniziò a raccontare la sua storia e la rivista “Tempo Medico” le dedicò perfino una copertina illustrata da Guido Crepax. Eppure tanta notorietà la mise in imbarazzo, era una donna schiva che non ricercava la fama.

Continuò a vivere e lavorare a Cervia fino al 1966.

Si è spenta il 17 giugno 1967 a Modena, nella casa della sorella, a causa di una crisi cardiaca.

Oggi viene è ricordata come una pioniera della medicina territoriale italiana e come una donna che ha saputo sfidare i limiti imposti dal suo tempo con coraggio, competenza e straordinaria umanità. La sua storia resta il simbolo di una professione vissuta come servizio alle altre persone e di un’emancipazione femminile conquistata pedalando lungo le strade della Romagna.

 

 

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