Dovunque trovassi del legno lo portavo a casa e cominciavo a lavorarci, per mostrare al mondo che l’arte è ovunque, ma deve passare attraverso una mente creativa.
Louise Nevelson, scultrice statunitense di origini ucraine, ha attraversato quasi un secolo di storia dell’arte, imponendosi, fin dagli anni Quaranta del Novecento, in un mondo riservato prevalentemente agli uomini.
Le sue sculture monumentali, assemblate con relitti di legno raccolti per strada e dipinte in monocromia di nero, bianco o oro, sono custodite nelle collezioni dei maggiori musei del mondo, dal MoMA al Metropolitan Museum of Art di New York, dalla Tate di Londra a una piazza del Financial District che porta il suo nome e che ospita permanentemente un gruppo delle sue opere.
Nacque col nome di Lija Isaakivna Berljavs’ka il 23 settembre 1899 nei pressi di Kiev, in Ucraina, in una famiglia ebrea di lingua yiddish. Il padre lavorava nel commercio del legname e, per sottrarsi al clima di persecuzione antisemita diffuso nell’impero russo, aveva scelto di emigrare negli Stati Uniti. Nel 1905 l’intera famiglia lo aveva raggiunto, stabilendosi definitivamente a Rockland, nel Maine, dove la piccola Lija Berljavs’ka era cresciuta manifestando fin da subito un’inclinazione precoce per le arti, tra lezioni private di piano e canto e gli studi alla Rockland High School.
Dopo il matrimonio con Charles Nevelson, del cui cognome si era appropriata diventando per sempre Louise Nevelson, si era trasferita a New York, dove aveva studiato musica e recitazione, frequentando i ritrovi dell’avanguardia. La nascita del figlio Myron, nel 1922, fu seguita da un periodo di forte sofferenza psicologica, legata alla difficoltà di accettare il ruolo di moglie e madre. Seguiva i corsi di teatro dell’International Theatre Art Institute di Brooklyn quando aveva incontrato la principessa Norina Matchabelli, che l’aveva avvicinata alle filosofie orientali, e l’architetto Frederick Kiesler, che l’aveva introdotta al cubismo. Alla fine degli anni Venti aveva seguito le lezioni di Kenneth Hayes Miller alla Art Student’s League, maturando il desiderio di raggiungere la Germania per studiare con Hans Hofmann.
Nel 1931 era andata a Monaco di Baviera e poi a Salisburgo, in Italia e infine a Parigi, dove al Musée de l’Homme era entrata in contatto con l’arte africana, approfondendo al contempo la propria conoscenza del cubismo.
Rientrata a New York, aveva lavorato come assistente di Diego Rivera alla decorazione dell’RCA Building e della New Workers’ School, esperienza che, nel 1935, le aveva permesso di insegnare a sua volta pittura murale al Flatbush Boys Club di Brooklyn.
Nel 1933 aveva aperto il suo primo studio nel Greenwich Village, iniziando a esporre incisioni e dipinti prima di dedicarsi con continuità alla scultura.
A quarantun anni prese una decisione radicale, divorziare dal marito per dedicarsi interamente all’arte per diventare, di lì a poco, la grande dame della scultura contemporanea.
Realizzando sculture semi-astratte in terracotta, gesso, legno e pietra, nel 1941 tenne la sua prima personale alla Nierendorf Gallery, seguita l’anno successivo da una seconda mostra che includeva la serie delle sue famose Maschere.
Nel 1943, aveva partecipato, con l’opera Column, alla collettiva Exhibition by 31 Women voluta da Peggy Guggenheim.
In quegli anni, raccoglieva ovunque, anche per strada, scarti e residui di legno con cui assemblare le sue opere, che cominciarono a comparire con regolarità alla rassegna annuale del Whitney Museum.
Approfondendo la lavorazione di terracotta, alluminio e bronzo, aveva studiato anche le tecniche di stampa presso l’Atelier 17 di Stanley William Hayter. Nel frattempo, aveva iniziato a collezionare arte africana, tessuti etnici e oggetti rari.
Affascinante e misteriosa, diversi artisti l’avevano ritratta e, nel 1958, un servizio della rivista Life la raccontava come un’eccentrica sacerdotessa del legno, fotografata con un cappello a punta da fattucchiera mentre una luce verde le illuminava volto e mani.
Dopo la partecipazione alla rassegna Sixteen Americans del MoMA con l’installazione Dawn’s Wedding Feast, aveva iniziato a esporre in Europa, la sua prima personale si tenne alla galleria di Daniel Cordier a Parigi, celebrata da tutto il mondo dell’arte per le grandi sculture monocrome nere, bianche e oro.
Nel 1962 aveva rappresentato gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia con tre installazioni, oro nell’ingresso e nero e bianco nelle sale adiacenti.
L’anno successivo, aveva firmato con il gallerista Arnold Glimcher un contratto che sarebbe durato tutta la vita, procurandole mostre a Zurigo, Berna, Parigi e Otterlo, oltre che alla GAM di Torino.
La sua prima grande retrospettiva, al Whitney Museum nel 1967, comprendeva oltre cento opere illuminate da faretti blu.
Coinvolta in numerose commissioni pubbliche, ha realizzato grandi installazioni in legno e opere in metallo saldato e continuato a esporre in diversi paesi del mondo, nel 1975 aveva decorato interamente con sculture in legno dipinto di bianco la Chapel of the Good Shepherd di New York.
Per gli ottant’anni, nel 1978, il Whitney le aveva dedicato la retrospettiva Atmospheres and Environments, mentre lo stesso anno una piazza del Financial District venne ribattezzata Louise Nevelson Plaza, con l’installazione permanente di sette grandi sculture in acciaio dal titolo Shadows and Flags.
Negli ultimi anni della sua carriera era tornata agli elementi naturali, lasciando il legno delle sue opere non più dipinto.
Nel 1985 ricevette, dal presidente Ronald Reagan, la National Medal of Arts.
Si spense a New York il 17 aprile 1988.
Nella sua lunga e ostinata ricerca artistica, Louise Nevelson si è fatta strada in mondo dominato dagli uomini e trasformato gli scarti in qualcosa di prezioso e definitivo.
Più le donne diventano libere, più lo diventano anche gli uomini. Perché quando si rende schiavo qualcun altro, si è schiavi a propria volta.















