arteattivismo

Joanna Rajkowska

Joanna Rajkowska

Sento come di avere una missione, dare voce a ciò che nello spazio pubblico non è ben accolto, la debolezza, la disgregazione del corpo, la biologia della nostra esistenza.

Joanna Rajkowska, artista visiva polacca, lavora in luoghi aperti con materiali vivi e reali come piante, acqua, fumo, suoni e corpi.

La sua opera più conosciuta è una palma artificiale alta quindici metri che svetta nel centro di Varsavia ed è diventata, contro ogni previsione, uno dei simboli della città.

Ha portato allo scoperto ciò che di solito resta nascosto, la fragilità, la malattia, la maternità, la memoria delle comunità cancellate.

Non costruisce monumenti e non consegna messaggi. Colloca in un luogo carico di storia un elemento estraneo, quasi surreale, e lascia che siano le persone a decidere cosa farne. Le sue opere non si guardano da lontano, si attraversano, si abitano, si discutono, e spesso finiscono per appartenere a chi le vive più che a lei.

Il suo strumento principale è il proprio corpo, che considera una macchina biologica capace di sentire le condizioni di un luogo prima di comprenderle.

È nata il 14 ottobre 1968 a Bydgoszcz. Si è formata a Cracovia, dove si è diplomata in pittura all’Accademia di Belle Arti e laureata in storia dell’arte all’Università Jagellonica. Successivamente ha trascorso un periodo di studio negli Stati Uniti.

I suoi primi lavori ruotavano intorno al corpo e alla vulnerabilità. Col tempo il suo sguardo si è allargato alla città e alle ferite della sua storia.

Dopo un viaggio in Israele durante la seconda intifada, ha immaginato di portare un frammento di quel paesaggio in Aleje Jerozolimskie, il Viale Gerusalemme di Varsavia, che deve il nome a un insediamento ebraico settecentesco distrutto dopo appena due anni.

Così, nel 2002, alla rotonda de Gaulle è comparsa Greetings from Jerusalem Avenue, una palma da datteri artificiale che evoca l’assenza della comunità ebraica annientata dalla Shoah. “Quando sono tornata, ho provato la sensazione travolgente che gli ebrei dovessero semplicemente essere qui, in piena prosperità”, ha spiegato. Doveva restare un anno e all’inizio ha suscitato fastidio e sconcerto. Non è mai stata rimossa.

Oggi fa parte della collezione del Museo d’Arte Moderna di Varsavia, ma soprattutto è diventata un organismo politico. Ha indossato una cuffia da infermiera durante uno sciopero, una kefiah in solidarietà con la Palestina, i colori dell’Ucraina. Ai suoi piedi si sono raccolte le proteste contro nazionalismo, omofobia e leggi che limitano l’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo.

Nel 2019 l’artista ha sostituito le fronde con foglie secche per denunciare la crisi climatica. Poche opere d’arte contemporanea sono state adottate in questo modo da una città intera.

Lo stesso gesto ritorna in Oxygenator, uno stagno coperto di ninfee e avvolto di nebbia, realizzato in una piazza di Varsavia che era stata parte del ghetto. Invece di una lapide, ha offerto aria pulita e un posto dove sedersi, convinta che un luogo traumatizzato si curi facendo stare insieme chi lo abita.

Quando ha proposto di trasformare in minareto una vecchia ciminiera di Poznań, per interrogare lo sguardo polacco sull’islam, il progetto è stato giudicato “culturalmente estraneo” e bloccato dalle autorità cittadine. Non è mai stato realizzato, eppure il dibattito che ha acceso è diventato parte dell’opera.

La scelta di attraversare senza timore il confine tra privato e pubblico è l’aspetto più discusso del suo lavoro.

Ha partorito sua figlia a Berlino, trasformando gravidanza e nascita in un film e in una serie di collage presentati alla Biennale della città. L’intenzione era “dare un po’ di vita a questa città, mettere Rosa al centro di Berlino, filtrarla attraverso la sua pelle”. Pochi mesi dopo, alla bambina è stato diagnosticato un tumore della retina. Da quell’esperienza è nato Rosa’s Passage, a Łódź, dove il cortile buio di un palazzo è stato ricoperto da ottocento metri quadrati di frammenti di specchio, una “pelle architettonica” simile a una retina, che riempie di luce lo spazio e racconta il percorso della figlia.

La gravidanza, la malattia e la paura, che la cultura vuole confinate nella sfera domestica, sono così entrate nello spazio pubblico cambiandone il senso.

La vulnerabilità non si nasconde, è una forma di conoscenza.

Negli ultimi anni la sua ricerca si è rivolta all’ecologia e al mondo non umano, in una prospettiva ecofemminista.

The Hatchling, presentato a Londra, è un gigantesco uovo di merlo al cui interno risuonano il battito, i pigolii e i colpi di becco di un pulcino che si schiude. Per sentirli bisogna abbracciare la scultura. È forse la sintesi più limpida del suo metodo, perché chiede a chi guarda non di capire ma di avvicinarsi, toccare, ascoltare un’altra forma di vita. Sono seguiti progetti dedicati agli insetti e alle radici.

Il suo percorso è stato riconosciuto da alcuni dei più importanti premi artistici polacchi, tra cui il Paszport Polityki e il Premio Katarzyna Kobro.

Joanna Rajkowska ha cambiato l’idea di cosa possa essere l’arte in una piazza, non più un oggetto da ammirare ma una situazione che una comunità può fare propria, riempire di significati, perfino contestare.

Quella palma piantata nel cuore di una città fredda, in attesa che le persone ne facessero un luogo loro, e il dolore privato guardato senza vergogna diventano luce per chiunque passi.

Un’artista è un sismografo. E una sciamana, se ci riesce.

 

You may also like

Tatyana Fazlalizadeh
arte

Tatyana Fazlalizadeh

Tatyana Fazlalizadeh, artista e attivista statunitense, è l’autrice di Stop Telling Women to ...
Opal Lee
attivismo

Opal Lee

Opal Lee è l’attivista che ha portato gli Stati Uniti a riconoscere come ...
Meret Oppenheim
arte

Meret Oppenheim

Mi sembrava che la discriminazione millenaria della donna pesasse sulle mie spalle, come ...

Comments are closed.

More in arte

Louise Nevelson
arte

Louise Nevelson

Dovunque trovassi del legno lo portavo a casa e cominciavo a lavorarci, per ...
Tracey Rose
africa

Tracey Rose

La performance che l’artista mette in atto in uno diventa una decisione politica, ...
Ornela Vorpsi
arte

Ornela Vorpsi

Vacillo nelle lingue, sotto il loro potere. Ornela Vorpsi è scrittrice, fotografa e ...