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Ida Cox

Ida Cox
Portrait of American Blues singer as she sings indoors, Chicago, Illinois, 1961. (Photo by Steve Schapiro/Corbis via Getty Images)

You never get nothing by being an angel child
You better change your ways and get real wild
I wanna tell you something, I wouldn’t tell you a lie
Wild women are the only kind that really get by
‎’Cause wild women don’t worry, wild women don’t have their blues.

Ida Cox è stata la regina senza corona del blues.

Ha sempre avuto uno spirito indipendente che ha governato la vita e la carriera. Capace donna d’affari, ha creato e gestito la propria compagnia, Raisin ‘Cain, per oltre un decennio.

In un’epoca di maschilismo imperante ha infranto molte barriere, nessuna donna nera, negli anni ’20 e ’30, possedeva e gestiva le proprie attività.

Forse la prima cantautrice femminista della storia, ha scritto e cantato testi sulla sua condizione di donna nera. Con lirismo crudo e tagliente, ha parlato di indipendenza delle donne, liberazione sessuale e delle lotte sociali e politiche della popolazione nera dalla  suaprospettiva femminile, diventata un marchio di fabbrica.

Ampiamente sottovalutata dalla critica moderna, mai alla ricerca del successo e schiva nei riguardi del suo triste privato, è stata molto amata dalla gente semplice, senza distinzioni di razza.

Nata col cognome Prather a Toccoa, in Georgia, il 25 febbraio 1896, anche se alcune fonti fanno risalire la sua nascita al 1888, in una famiglia povera che lavorava in una piantagione. Da bambina non scolarizzata, faceva la corista in chiesa, a soli quattordici anni andò via di casa per seguire una compagnia itinerante di spettacoli vaudeville con cui si è esibita per molti anni conducendo una vita nomade e sacrificata. I lunghi viaggi attraverso il paese su palcoscenici improvvisati le diedero modo di sviluppare la sua presenza scenica e la vena comica.

Il cognome Cox l’ha preso dal suo primo marito, trombettista di una band con cui fece un breve tour e che venne ucciso durante la prima guerra mondiale. Dal 1915 cominciò a dedicarsi al blues e esibirsi in vari circuiti teatrali. All’inizio degli anni ’20 sposò Eugene Williams e diede alla luce una figlia, Helen, ma divorziò dopo poco.Nell’epoca aurea delle voci blues femminili, la sua fama accrebbe. In un periodo in cui incidere era un sogno, firmò un contratto di sei anni con la Paramount con cui ha registrato ben settantotto brani. Essendo riuscita a contrattare la non esclusività, nello stesso periodo ha inciso, con vari pseudonimi, anche con altre etichette.

Il suo brano più famoso, poi rifatto da altre musiciste Wild Women Don’t Have the Blues, è considerato uno dei primi inni femministi. Da ricordare anche Last Mile Blues, sulla pena di morte e Pink Slip Blues che parlava del problema della disoccupazione.

Nonostante successo e popolarità, non ha mai ambito alla gloria a tutti i costi, la musica, il palco, erano la sua ancora di salvezza, tanto che la stessa Paramount le diede l’appellativo di Uncrowned Queen of the Blues.

Aveva una voce meno potente e ruvida delle sue contemporanee ma riusciva a incantare il  pubblico con le sue focose interpretazioni. Il canto era solo una parte delle sue esibizioni.

I suoi spettacoli, quasi circensi, estremamente stravaganti e colorati, rimasero impressi a lungo nell’immaginario collettivo e fecero scuola. In un periodo in cui l’America era impegnata con la guerra e gli artisti costretti ad abbracciare generi musicali diversi per sopravvivere, ha gestito da sola un’orchestra jazz itinerante con più di 25 componenti ed è stata la prima artista a mischiare blues, spirituals e swing, mantenendo per tutta la vita la propria indipendenza artistica.

Ha continuato a esibirsi in giro per gli Stati Uniti fino al 1945, quando sul palco, ebbe un forte ictus che la costrinse a ritirarsi dalle scene.

Per più di un decennio lasciò da parte la propria carriera, esibendosi sporadicamente solo come cantante in chiesa. Nel 1961 ha registrato il suo ultimo album, Blues for Rampart Street, che definì la sua dichiarazione finale. 

È morta di tumore il 10 novembre 1967 a Knoxville, Tennessee, dove viveva con sua figlia Helen.

Interprete profonda degli aspetti più dolorosi della musica afroamericana, ha dato voce alla tragicità della condizione di chi viveva nei ghetti e nelle periferie. È stata espressione dei sentimenti profondi della sua gente. La sua Death letter blues è rimasta nella storia come una sorta di tragico rituale di dolore e di pena che più di tante parole riassume il lungo calvario dei neri d’America. Nei suoi brani parlava di se stessa, delle difficili condizioni di un’infanzia e adolescenza dolorose e di come avesse spesso pensato di farla finita. Il contrasto tra lo sfavillare delle luci dei grandi locali alla moda e la sua esperienza precedente, l’ha spesso portata ad avere crisi di rigetto. Nelle sue canzoni parlava con la morte, vista come una presenza liberatoria e tutt’altro che tragica.

Una straordinaria interprete, autrice e attivista a cui la storia non ha riservato i giusti onori tanto che non è possibile trovare una raccolta completa delle sue incisioni del suo periodo migliore, 1920-1930. Ciò che rimane appartiene alla Black Swan e giace in parte dimenticato.

#unadonnalgiorno

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