Voglio allargare il mio caso a tutte le donne, trasformare la mia condizione soggettiva per ritrovare il comune della nostra condizione. Insieme alle compagne del gruppo abbiamo deciso di fare del mio caso un processo politico.
Gigliola Pierobon è la contadina veneta il cui processo per aborto clandestino, nel 1973, ha aperto in Italia la strada che avrebbe portato alla legge 194.
Nata il 19 gennaio 1950 a San Martino di Lupari, in provincia di Padova, in una famiglia di agricoltori, nel 1967, a diciassette anni, era rimasta incinta di un compaesano che l’aveva abbandonata non appena saputo della gravidanza. Terrorizzata dalla reazione dei genitori, aveva deciso di interrompere la gravidanza.
Una mattina d’agosto si era recata a Padova e aveva subito un aborto clandestino con ferri da maglia e sonde rudimentali, che le avevano provocato un’infezione. I giorni successivi erano stati segnati da dolorosissime complicanze, come avrebbe poi raccontato nella sua autobiografia politica, ma l’aborto era andato a buon fine. Per paura di essere denunciata, si era curata in casa, rischiando la vita; il medico a cui si era rivolta in seguito non aveva fatto il suo nome alle autorità.
Sposata a diciotto anni, l’anno seguente un esaurimento nervoso l’aveva costretta a un ricovero di alcuni mesi. Dopo aver avuto una bambina, si era separata dal marito.
Nel 1970 un’indagine su un’altra vicenda l’aveva indicata come una delle persone a conoscenza dell’indirizzo di una praticona di Padova. Convocata e interrogata in Procura, aveva confessato di aver interrotto una gravidanza tre anni prima. Erano iniziate domande dettagliate sulla procedura, spesso pretestuose, su gesti e posizioni; si erano effettuate perizie, anche ginecologiche, a distanza di quattro anni dai fatti, su un corpo che nel frattempo aveva partorito un bambino; si era indagato sulla sua vita sentimentale, il matrimonio, la separazione, cercando di minarne l’immagine e la dignità. Il processo, che le era costato anche il lavoro con cui manteneva sé stessa e la figlia, è iniziato il 5 giugno 1973 davanti al tribunale di Padova.
Ad assisterla era stata l’avvocata Bianca Guidetti Serra, che aveva trasformato il processo in un evento politico e mediatico, sostenendo che quanto era accaduto a Gigliola Pierobon riguardava ogni anno migliaia di donne italiane. È stato il processo per tutti gli aborti, quelli delle tante, troppe donne italiane che, in clandestinità, si rivolgevano a mammane, a medici prezzolati, o facevano da sole, nella solitudine, nella vergogna, nel dolore e nella paura. Una gravidanza non voluta, spesso dettata dalla disinformazione e da una mancata contraccezione, diventava un dramma, specialmente per chi un aborto all’estero o in una clinica privata non poteva permetterselo: a quelle donne restava solo il ferro da calza, e il rischio di una perforazione dell’utero, di un’infezione pelvica o di un’emorragia.
Il processo, concluso in appena tre giorni, si era concentrato solo sull’accusa. Non erano stati ammessi testimoni, ed era stata respinta la richiesta della difesa di rivalutare la perizia ginecologica. Le sue stesse parole erano diventate, così, l’unica prova del suo “reato”. Era un processo politico, quello contro Gigliola Pierobon, che però i giudici avevano rifiutato di vedere come tale: l’aborto era ancora vietato da norme di epoca fascista, inserito fra i delitti “contro l’integrità e la sanità della stirpe”, con pene da due a cinque anni.
I capelli stretti da un fazzoletto alla corsara, seduta in mezzo alle compagne, Gigliola Pierobon ascoltava con amarezza i giudici del Tribunale di Padova emettere la sentenza, quella sera del 7 giugno 1973. Il verdetto era un perdono giudiziale, motivato dalla “profonda pietà che non può non rivolgersi verso chi si trovi moralmente impreparata ad affrontare problemi implicanti un generoso e duro sacrificio” e dalla “resipiscenza dimostrata con la consapevole accettazione di una seconda maternità“. Era stata salvata dal carcere, insomma, proprio per essere tornata a vestire il ruolo di donna e madre che la società le imponeva.
Il momento d’inizio della lunga battaglia per la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è stato, molto probabilmente, proprio il processo a Gigliola Pierobon, che ha poi raccontato la propria storia nel libro Il processo degli angeli. Storia di un aborto, pubblicato nel 1974.
“Non sono la sola ad aver subito tale violenza” ha scritto. “Questo è un affare privato che è diventato un processo pubblico contro noi tutte“.
Il 5 giugno, davanti al tribunale, centinaia di donne avevano manifestato al grido di “aborto libero e gratuito”, distribuendo volantini con la scritta “La Costituzione non vale forse per le donne?” La storica Lorenza Perini ha definito quella mobilitazione la prima vera azione organizzata del femminismo in Italia. La sera stessa, un gruppo di estrema destra infiltratosi nel corteo aveva insultato e minacciato le manifestanti con delle cinture; lo scontro era stato evitato solo grazie all’intervento dei carabinieri.
Nel 1974, a seguito della morte in ospedale di una ragazza per le complicazioni di un aborto clandestino, il Tribunale di Torino aveva incriminato centinaia di donne per procurato aborto, dopo averne acquisito le cartelle cliniche. Attorno al tema erano nati e si erano sviluppati il movimento delle donne, con tutte le sue varianti. Il primo, tra i gruppi organizzati, era stato il Movimento di liberazione della donna (Mld), presto federatosi con il Partito Radicale di Marco Pannella: fra i suoi obiettivi principali, la legalizzazione dell’aborto e un referendum per ottenerla.
In un’ottica diversa, un’altra propaggine radicale, il Cisa diretto da Adele Faccio, fondato a Milano nel settembre 1973 e dove si sarebbe presto attivata una giovane Emma Bonino, aveva scelto le iniziative concrete della disobbedienza civile. Accompagnavano periodicamente gruppi di donne di altre città ad abortire clandestinamente a Firenze, nell’ambulatorio del ginecologo radicale Giorgio Conciani, oppure a Londra, dove un altro gruppo femminista, il Crac, organizzava viaggi analoghi.
Nel gennaio del 1975 l’Espresso, assieme alla Lega 13 Maggio, aveva intrapreso una campagna per promuovere un referendum abrogativo degli articoli del codice penale che vietavano l’interruzione di gravidanza. Tutto questo andirivieni non era sfuggito alla polizia, che quello stesso mese aveva fatto irruzione nella clinica fiorentina di Conciani e, oltre al medico, aveva arrestato quaranta donne in attesa dell’intervento. Erano scattate le manette anche per Adele Faccio ed Emma Bonino, oltre che per il segretario radicale Gianfranco Spadaccia: era la prima volta, dalla fine del fascismo, che veniva arrestato un segretario di partito. Anche la stampa era finita sotto tiro: l’Espresso, che aveva pubblicato in copertina l’immagine di una donna incinta, nuda e inchiodata a una croce, era stato sequestrato per vilipendio della religione, e il direttore Livio Zanetti denunciato.
Il 18 febbraio 1975 la Corte Costituzionale, con la sentenza numero 27,aveva dichiarato non punibile l’aborto terapeutico, in base al principio secondo cui il diritto alla vita e alla salute di «chi è già persona» non è equivalente a quello di chi «persona deve ancora diventare».
Diverse manifestazioni di protesta si tennero in varie città italiane, e i radicali erano riusciti a raccogliere le firme per un referendum sull’aborto, a cui non si era arrivati per lo scioglimento delle Camere, nel 1976.
Un ruolo importante era stato giocato anche dai fatti di Seveso, dove lo scoppio di un reattore della fabbrica chimica Icmesa aveva rilasciato nell’atmosfera una nube di diossina, sostanza che, oltre a provocare numerosi ricoveri, poteva causare gravi malformazioni fetali. Il che aveva permesso, quanto meno alle donne della zona, di rivolgersi ai ginecologi della Mangiagalli per ricorrere all’aborto terapeutico. Lo Stato italiano non poteva più tacere di fronte al dramma dell’aborto clandestino, per quanto divisivo fosse l’argomento: era stata un’apertura importante, e anche il Parlamento si era mosso con un testo in cui l’aborto veniva dichiarato lecito, ma con la decisione finale spettante al medico anziché alla donna.
Il movimento, cresciuto tumultuosamente, si era rivoltato contro quel testo. Il 6 dicembre 1975 a Roma circa quarantamila donne avevano sfilato per le strade al grido di “vogliamo l’autodeterminazione, la libertà e la responsabilità di decidere del nostro corpo“. Per sottolineare questa posizione, le donne del movimento avevano chiesto agli uomini di non partecipare al corteo. Erano stati contestati anche i leader di sinistra: «Berlinguer, non passerai sulla pancia delle donne» era uno degli slogan ricorrenti, perché negli anni del compromesso storico con la DC aleggiava il sospetto di un PCI troppo cedevole sui temi cari a cattolici e Vaticano. Nella proposta comunista era prevista addirittura, per la decisione finale, una commissione di tre esperti, quasi un piccolo tribunale. A svolgere una mediazione importante ci aveva pensato l’UDI, la storica Unione Donne Italiane, che si era battuta per l’autodeterminazione.
Così, quando la DC e i neofascisti del MSI avevano fatto passare con un colpo di mano un articolo che di nuovo definiva l’aborto come un reato, il movimento aveva messo in atto la sua manifestazione più grande, quella delle cinquantamila donne. Per la prima volta aveva sfilato anche l’UDI, e Berlinguer era stato costretto a capire che la libertà femminile andava riconosciuta fino in fondo. La legge 194 è passata nella primavera del 1978 ed è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 22 maggio.
Non tutti i cattolici l’avevano digerita, e alcuni avevano rinfacciato ai laici e alla sinistra di averla fatta approvare nei giorni drammatici del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, quasi approfittando dello sbandamento della DC. I radicali e un’ala del femminismo chiedevano al contrario la liberalizzazione completa, anche per le minorenni. Si era arrivati così, nel maggio del 1981, a due referendum abrogativi di segno opposto, uno per cancellare e uno per ampliare la legge 194. Entrambi erano stati bocciati: quello dei cattolici oltranzisti si era scontrato con il 68 per cento di no, nove punti in più del referendum sul divorzio del 1974. La legge 194 era salva.
Il suo corpo, messo alla sbarra e umiliato in un’aula di tribunale, è diventato l’argomento più forte per una battaglia che apparteneva a migliaia di donne senza voce: la storia di Gigliola Pierobon resta la prova che il personale è politico.
Voglio allargare il mio caso a tutte le donne, trasformare la mia condizione soggettiva per ritrovare il comune della nostra condizione. Insieme alle compagne del gruppo abbiamo deciso di fare del mio caso un processo politico.
Gigliola Pierobon è la contadina veneta il cui processo per aborto clandestino, nel 1973, ha aperto in Italia la strada che avrebbe portato alla legge 194.
Nata il 19 gennaio 1950 a San Martino di Lupari, in provincia di Padova, in una famiglia di agricoltori, nel 1967, a diciassette anni, era rimasta incinta di un compaesano che l’aveva abbandonata non appena saputo della gravidanza. Terrorizzata dalla reazione dei genitori, aveva deciso di interrompere la gravidanza.
Una mattina d’agosto si era recata a Padova e aveva subito un aborto clandestino con ferri da maglia e sonde rudimentali, che le avevano provocato un’infezione. I giorni successivi erano stati segnati da dolorosissime complicanze, come avrebbe poi raccontato nella sua autobiografia politica, ma l’aborto era andato a buon fine. Per paura di essere denunciata, si era curata in casa, rischiando la vita; il medico a cui si era rivolta in seguito non aveva fatto il suo nome alle autorità.
Sposata a diciotto anni, l’anno seguente un esaurimento nervoso l’aveva costretta a un ricovero di alcuni mesi. Dopo aver avuto una bambina, si era separata dal marito.
Nel 1970 un’indagine su un’altra vicenda l’aveva indicata come una delle persone a conoscenza dell’indirizzo di una praticona di Padova. Convocata e interrogata in Procura, aveva confessato di aver interrotto una gravidanza tre anni prima. Erano iniziate domande dettagliate sulla procedura, spesso pretestuose, su gesti e posizioni; si erano effettuate perizie, anche ginecologiche, a distanza di quattro anni dai fatti, su un corpo che nel frattempo aveva partorito un bambino; si era indagato sulla sua vita sentimentale, il matrimonio, la separazione, cercando di minarne l’immagine e la dignità. Il processo, che le era costato anche il lavoro con cui manteneva sé stessa e la figlia, è iniziato il 5 giugno 1973 davanti al tribunale di Padova.
Ad assisterla era stata l’avvocata Bianca Guidetti Serra, che aveva trasformato il processo in un evento politico e mediatico, sostenendo che quanto era accaduto a Gigliola Pierobon riguardava ogni anno migliaia di donne italiane. È stato il processo per tutti gli aborti, quelli delle tante, troppe donne italiane che, in clandestinità, si rivolgevano a mammane, a medici prezzolati, o facevano da sole, nella solitudine, nella vergogna, nel dolore e nella paura. Una gravidanza non voluta, spesso dettata dalla disinformazione e da una mancata contraccezione, diventava un dramma, specialmente per chi un aborto all’estero o in una clinica privata non poteva permetterselo: a quelle donne restava solo il ferro da calza, e il rischio di una perforazione dell’utero, di un’infezione pelvica o di un’emorragia.
Il processo, concluso in appena tre giorni, si era concentrato solo sull’accusa. Non erano stati ammessi testimoni, ed era stata respinta la richiesta della difesa di rivalutare la perizia ginecologica. Le sue stesse parole erano diventate, così, l’unica prova del suo “reato”. Era un processo politico, quello contro Gigliola Pierobon, che però i giudici avevano rifiutato di vedere come tale: l’aborto era ancora vietato da norme di epoca fascista, inserito fra i delitti “contro l’integrità e la sanità della stirpe”, con pene da due a cinque anni.
I capelli stretti da un fazzoletto alla corsara, seduta in mezzo alle compagne, Gigliola Pierobon ascoltava con amarezza i giudici del Tribunale di Padova emettere la sentenza, quella sera del 7 giugno 1973. Il verdetto era un perdono giudiziale, motivato dalla “profonda pietà che non può non rivolgersi verso chi si trovi moralmente impreparata ad affrontare problemi implicanti un generoso e duro sacrificio” e dalla “resipiscenza dimostrata con la consapevole accettazione di una seconda maternità“. Era stata salvata dal carcere, insomma, proprio per essere tornata a vestire il ruolo di donna e madre che la società le imponeva.
Il momento d’inizio della lunga battaglia per la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è stato, molto probabilmente, proprio il processo a Gigliola Pierobon, che ha poi raccontato la propria storia nel libro Il processo degli angeli. Storia di un aborto, pubblicato nel 1974.
“Non sono la sola ad aver subito tale violenza” ha scritto. “Questo è un affare privato che è diventato un processo pubblico contro noi tutte“.
Il 5 giugno, davanti al tribunale, centinaia di donne avevano manifestato al grido di “aborto libero e gratuito”, distribuendo volantini con la scritta “La Costituzione non vale forse per le donne?” La storica Lorenza Perini ha definito quella mobilitazione la prima vera azione organizzata del femminismo in Italia. La sera stessa, un gruppo di estrema destra infiltratosi nel corteo aveva insultato e minacciato le manifestanti con delle cinture; lo scontro era stato evitato solo grazie all’intervento dei carabinieri.
Nel 1974, a seguito della morte in ospedale di una ragazza per le complicazioni di un aborto clandestino, il Tribunale di Torino aveva incriminato centinaia di donne per procurato aborto, dopo averne acquisito le cartelle cliniche. Attorno al tema erano nati e si erano sviluppati il movimento delle donne, con tutte le sue varianti. Il primo, tra i gruppi organizzati, era stato il Movimento di liberazione della donna (Mld), presto federatosi con il Partito Radicale di Marco Pannella: fra i suoi obiettivi principali, la legalizzazione dell’aborto e un referendum per ottenerla.
In un’ottica diversa, un’altra propaggine radicale, il Cisa diretto da Adele Faccio, fondato a Milano nel settembre 1973 e dove si sarebbe presto attivata una giovane Emma Bonino, aveva scelto le iniziative concrete della disobbedienza civile. Accompagnavano periodicamente gruppi di donne di altre città ad abortire clandestinamente a Firenze, nell’ambulatorio del ginecologo radicale Giorgio Conciani, oppure a Londra, dove un altro gruppo femminista, il Crac, organizzava viaggi analoghi.
Nel gennaio del 1975 l’Espresso, assieme alla Lega 13 Maggio, aveva intrapreso una campagna per promuovere un referendum abrogativo degli articoli del codice penale che vietavano l’interruzione di gravidanza. Tutto questo andirivieni non era sfuggito alla polizia, che quello stesso mese aveva fatto irruzione nella clinica fiorentina di Conciani e, oltre al medico, aveva arrestato quaranta donne in attesa dell’intervento. Erano scattate le manette anche per Adele Faccio ed Emma Bonino, oltre che per il segretario radicale Gianfranco Spadaccia: era la prima volta, dalla fine del fascismo, che veniva arrestato un segretario di partito. Anche la stampa era finita sotto tiro: l’Espresso, che aveva pubblicato in copertina l’immagine di una donna incinta, nuda e inchiodata a una croce, era stato sequestrato per vilipendio della religione, e il direttore Livio Zanetti denunciato.
Il 18 febbraio 1975 la Corte Costituzionale, con la sentenza numero 27, aveva dichiarato non punibile l’aborto terapeutico, in base al principio secondo cui il diritto alla vita e alla salute di «chi è già persona» non è equivalente a quello di chi «persona deve ancora diventare».
Diverse manifestazioni di protesta si tennero in varie città italiane, e i radicali erano riusciti a raccogliere le firme per un referendum sull’aborto, a cui non si era arrivati per lo scioglimento delle Camere, nel 1976.
Un ruolo importante era stato giocato anche dai fatti di Seveso, dove lo scoppio di un reattore della fabbrica chimica Icmesa aveva rilasciato nell’atmosfera una nube di diossina, sostanza che, oltre a provocare numerosi ricoveri, poteva causare gravi malformazioni fetali. Il che aveva permesso, quanto meno alle donne della zona, di rivolgersi ai ginecologi della Mangiagalli per ricorrere all’aborto terapeutico. Lo Stato italiano non poteva più tacere di fronte al dramma dell’aborto clandestino, per quanto divisivo fosse l’argomento: era stata un’apertura importante, e anche il Parlamento si era mosso con un testo in cui l’aborto veniva dichiarato lecito, ma con la decisione finale spettante al medico anziché alla donna.
Il movimento, cresciuto tumultuosamente, si era rivoltato contro quel testo. Il 6 dicembre 1975 a Roma circa quarantamila donne avevano sfilato per le strade al grido di “vogliamo l’autodeterminazione, la libertà e la responsabilità di decidere del nostro corpo“. Per sottolineare questa posizione, le donne del movimento avevano chiesto agli uomini di non partecipare al corteo. Erano stati contestati anche i leader di sinistra: «Berlinguer, non passerai sulla pancia delle donne» era uno degli slogan ricorrenti, perché negli anni del compromesso storico con la DC aleggiava il sospetto di un PCI troppo cedevole sui temi cari a cattolici e Vaticano. Nella proposta comunista era prevista addirittura, per la decisione finale, una commissione di tre esperti, quasi un piccolo tribunale. A svolgere una mediazione importante ci aveva pensato l’UDI, la storica Unione Donne Italiane, che si era battuta per l’autodeterminazione.
Così, quando la DC e i neofascisti del MSI avevano fatto passare con un colpo di mano un articolo che di nuovo definiva l’aborto come un reato, il movimento aveva messo in atto la sua manifestazione più grande, quella delle cinquantamila donne. Per la prima volta aveva sfilato anche l’UDI, e Berlinguer era stato costretto a capire che la libertà femminile andava riconosciuta fino in fondo. La legge 194 è passata nella primavera del 1978 ed è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 22 maggio.
Non tutti i cattolici l’avevano digerita, e alcuni avevano rinfacciato ai laici e alla sinistra di averla fatta approvare nei giorni drammatici del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, quasi approfittando dello sbandamento della DC. I radicali e un’ala del femminismo chiedevano al contrario la liberalizzazione completa, anche per le minorenni. Si era arrivati così, nel maggio del 1981, a due referendum abrogativi di segno opposto, uno per cancellare e uno per ampliare la legge 194. Entrambi erano stati bocciati: quello dei cattolici oltranzisti si era scontrato con il 68 per cento di no, nove punti in più del referendum sul divorzio del 1974. La legge 194 era salva.
Il suo corpo, messo alla sbarra e umiliato in un’aula di tribunale, è diventato l’argomento più forte per una battaglia che apparteneva a migliaia di donne senza voce: la storia di Gigliola Pierobon resta la prova che il personale è politico.