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Mahsa Mohebali e l’Iran che non si racconta

Non basta un velo per imprigionare la donna scrittrice iraniana

Mahsa Mohebali, scrittrice e sceneggiatrice, è una delle voci più interessanti della letteratura iraniana contemporanea.

Nata nel 1972 a Tehran, città in cui vive, è laureata in discipline della musica. Ha pubblicato due raccolte di racconti e tre romanzi. Ha vinto due volte il prestigioso premio letterario Golshiri per la raccolta L’amore a piè di pagina (2004) e per il romanzo Non ti preoccupare (2008), undici ristampe, centomila copie vendute. Il libro, che racconta le avventure di una ragazza tossicodipendente in una Tehran minacciata da un terremoto, è scritto dal punto di vista della generazione dei ventenni di Tehran, senza mediazioni linguistiche, nello slang sboccato della gioventù.

Entrambe le opere sono state adattate per il teatro e rappresentate in Iran.

Mahsa Mohebali fa parte dell’International Writing Program (Università dell’Iowa): un network di scrittori e scrittrici da ogni parte del mondo che spesso le fanno visita in Iran.

Nel 2015 è stata premiata per la sceneggiatura del film Time to love. Le sue opere sono tradotte in italiano, turco, inglese e svedese.

Tehran girl è il suo ultimo libro. Un romanzo ambientato nella vivacità della società iraniana, spesso schiacciata dalla propaganda dello stato teocratico e dalla rigida ideologia khomeinista.

C’è chi scrive in giacca e cravatta, io preferisco stare in pigiama, ricercare a tutti i costi una lingua elegante rischia di allontanarci dalla storia che raccontiamo.

Mahsa Mohebali, forse la scrittrice iraniana più conosciuta a livello internazionale, non ha mai represso la propria voce nella sua scrittura, nonostante la censura. Il destino del suo Paese sembra inevitabilmente intrecciarsi con la sua vita.

Ogni volta che rimetto piede in Iran dopo essere stata all’estero, vengo assalita dall’ansia che finché vivrò non potrò più uscire. Non so per quanto ancora riuscirò a vivere qui.

Poiché in Iran nessun editore era disposto a sottoporlo all’ufficio che concede il nullaosta alla pubblicazione, è riuscita a farlo editare in Afghanistan, dove si parla la stessa lingua.

Nonostante la censura e il fatto che i servizi segreti la abbiano accusata di sovversione, Mahsa Mohebali non ha smesso di scrivere.

La censura rende più creativi. La musica in Iran è proibita per una certa lettura dell’Islam dettata dagli ayatollah. È quindi concepita solo come un momento molto triste, non per gioire. Per dieci anni, le Facoltà di musica sono state chiuse ed è rimasta solo la musica classica iraniana, non quella europea. Ricordo che anni fa succedeva ancora che se i giovani avessero tenuto in macchina cassette musicali, la polizia religiosa avrebbe potuto chiedere di che genere di musica si trattasse: ascoltare ritmi proibiti, in Iran, è diventata una forma di protesta. Nonostante tutto questo, i giovani ascoltano qualsiasi tipo di musica.

In Iran c’è una netta separazione tra vita pubblica e privata, tra spazi interni e spazi pubblici. In casa, si organizzano feste, si dà libero sfogo a qualsiasi passione, negli spazi pubblici, le donne devono portare il velo e le coppie non possono baciarsi.
Nelle mura domestiche si fa spesso uso di alcol e droghe. In Iran sono sanzionati gli spacciatori, non chi fa uso di droghe. È molto semplice procurarsele, per le autorità più i giovani sono sballati più sono controllabili. Le dosi spesso sono meno care del pane. In più, Europa e Stati uniti danno soldi all’Iran per bloccare il contrabbando di sostanze stupefacenti come l’oppio, che arriva dall’Afghanistan e in una buona parte resta nel paese.

Gli iraniani aggirano i divieti sui social network con l’uso di filtri. Così si connettono al mondo e allargano il respiro. Per le proteste del 2009 e del 2011, i cellulari sono stati essenziali. Ma le società pubbliche hanno tagliato le linee per impedire l’organizzazione delle proteste.

A proposito delle donne dice:

La maggior parte delle ragazze non ha fiducia nella propria bellezza naturale, allora si rifà il naso, gli zigomi, le labbra. Si tatuano le sopracciglia, mettono le unghie finte, le lenti a contatto colorate. Siamo uno dei Paesi con il più alto uso di chirurgia estetica e di articoli di bellezza. Perché vogliamo essere libere, capite? 

Il trucco, la sensualità, la bellezza esteriore e ostentata, vengono usati come manifestazione di dissenso verso un potere scomodo, che non concede. Una protesta attiva, quotidiana. Una lotta continua per la libertà, in un Paese dove per le donne ancora oggi sono negati diritti che altrove sono dati per scontati, azioni che vogliono emulare abitudini e comportamenti “normali” in gran parte del mondo.

I suoi sono racconti di vita sociale senza il filtro dell’apparenza, rappresentano la nuda realtà, quella che non si osa proferire e che non si vuole diffondere all’esterno. La narrazione di Mahsa Mohebali è un viaggio nella vita privata delle nuove generazioni iraniane, linguaggi, vizi, debolezze, attitudini e rivendicazioni. L’Iran contemporaneo nelle sue infinite contraddizioni.

#unadonnalgiorno

 

 

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