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Maria Grazia Cutuli giornalista vittima dei talebani

Maria Grazia Cutuli giornalista uccisa in Afghanistan

Maria Grazia Cutuli è stata una giornalista del Corriere della Sera ammazzata dai talebani in Afghanistan. Aveva appena compiuto 39 anni.

Maria Grazia Cutuli è nata a Catania il 26 ottobre del 1962, si è laureata in Filosofia con una tesi su Michel Foucault. Si appassiona di giornalismo da subito, le sue prime collaborazioni sono al quotidiano La Sicilia e poi all’emittente televisiva Telecolor.

Alla fine degli anni ’80 arriva a Milano, collabora con i mensili Marie Claire e Centocose, poi con il settimanale Epoca fino alla chiusura della storica testata per la quale scrive reportage dalla Bosnia al Congo, dalla Sierra Leone alla Cambogia.

Si trasferisce a New York, dove frequenta un corso di peace keeping delle Nazioni Unite, a seguito del quale partirà come volontaria per il Ruanda con l’Alto Commissariato per i diritti umani.

Nel 1997 arriva il primo contratto con il Corriere della Sera alla redazione Esteri, due anni più tardi viene assunta.

Appassionata di politica estera, Maria Grazia Cutuli parlava così della sua professione: “A un certo punto mi è sembrato che il giornalismo non bastasse per capire lo strazio della guerra. Molto di quello che si registra su un taccuino, quasi sempre in fretta, finisce per toccare appena la superficie delle cose. Volevo andare più a fondo. Superare la schizofrenia del cronista che rimane spettatore di tragedie che non gli appartengono”.

È stata in Cambogia nel 1992; Sarajevo nel 1995; Albania nel 1997; Iraq nel 1998; Timor Est nel 1999. Non fredda cronista di guerre e genocidi ma attenta osservatrice delle società e dei costumi. Anche della condizione femminile. Le sue corrispondenze da Kabul, dopo la caduta del regime talebano, restituiscono uno spaccato di vita quotidiana che si sofferma con particolare sensibilità sulle donne afghane: «Nascoste, invisibili, assenti: non si vedono donne a Jalalabad. La liberazione della città afghana dai talebani ha portato nelle strade migliaia di miliziani armati, bande ubriache di vittoria, pronte a contendersi il controllo del territorio sino all’ultimo vicolo o all’ultima casa. Non ci sono donne tra chi fa la guerra, gestisce il potere, decide il futuro. In un’intera mattinata, appaiono tra le botteghe del suk solamente tre sagome avvolte dal burqa, dal passo silenzioso e discreto, coperte come sempre dietro la cortina di un poliestere».

Maria Grazia Cutuli credeva nel giornalismo, quello più difficile, quello che racconta le storie senza filtri, onesto e indipendente. E se non poteva partire per conto del giornale, usava le sue ferie per andare a cercare storie che sapeva sarebbe riuscita a far pubblicare.

La sua ultima avventura è stata la spedizione in Afghanistan nel 2001. Era la prima guerra dopo le Torri Gemelle e la prima trasferta importante da inviata del Corriere della Sera.

Il 19 novembre Maria Grazia Cutuli, l’inviato di El Mundo Julio Fuentes, il reporter australiano Harry Burton e l’operatore afghano Azizullah Haidari della Reuters vengono uccisi in un agguato dei talebani lungo la strada che collega Jalabad a Kabul.
L’auto sulla quale viaggiavano viene bloccata da un gruppo di uomini armati che prima fanno scendere i giornalisti dalla loro auto e poi esplodono contro di loro raffiche di kalashnikov.
Non un agguato a scopo di rapina come qualche giornale ha voluto far credere all’inizio e come emerse nelle prime inchieste, ma un omicidio politico come stabilito dalla sentenza della Corte Suprema di Cassazione nel 2004: i talebani hanno ucciso per dimostrare che erano ancora in grado di controllare il territorio.

Un macabro messaggio contro la stampa internazionale.

Il giorno in cui è stata uccisa era uscito un articolo a sua firma su un deposito di gas nervino in una base abbandonata dai terroristi di Al Qaeda.

Sono state condotte due inchieste per quell’omicidio, una in Afghanistan e una in Italia.

Alcuni attentatori sono stati puniti per le loro azioni: uno ha subito la pena capitale, nonostante l’opposizione degli stessi genitori di Maria Grazia a una simile condanna, mentre altri due condannati a 24 anni di reclusione dopo 16 anni dall’attentato.

Nel nome di Maria Grazia Cutuli sono fiorite tante iniziative legate al giornalismo e alla solidarietà; numerosi premi, tra i quali il Premio di giornalismo istituito dalla Camera dei Deputati per ricordare il suo impegno professionale e civile e quello di Ilaria Alpi (la giornalista di Rai 3 uccisa a Mogadiscio nel 1994); le sono state intitolate delle scuole in Afghanistan, quella di Maimanà, inaugurata nel 2004, e quella di Herat nell’agosto 2010.

Vogliamo ricordare la bellissima testimonianza di Carlo Verdelli sul Corriere della Sera nel diciannovesimo anniversario della sua scomparsa:

Conoscevo Maria Grazia Cutuli da quando in Mondadori, prima a Centocose e poi a Epoca, aveva cominciato a mostrare un’insofferenza crescente per tutto ciò che le impediva di dedicarsi alla passione unica che l’accendeva: precipitarsi dove la terra brucia, capire i fuochi, raccontare i tormenti della gente, le ferite, i dolori. Bosnia, Ruanda, Cambogia, Iraq. Se non ce la mandavano, era capace di prendersi le ferie e di andarci a spese proprie. Una specie di febbre priva di vaccino, che lei per prima non si sognava di curare e che anzi coltivava, aumentando le esperienze sul campo e raffinando le conoscenze. Quando nel 1997 arrivò al Corriere, con una serie di contratti a tempo, vita e mestiere già coincidevano fino a sovrapporsi, a confondersi. Che importanza poteva avere un compleanno nella sua Catania, o con gli amici di Milano dove ormai viveva, rispetto ad essere sulla scena madre del mondo, in quel novembre 2001? Esserci non tanto per dire di esserci stata. Esserci per onorare la presenza con un più di giornalismo, e quindi con un più di rischio.

Hai ottenuto il regalo, Maria Grazia. L’ultimo articolo che hai scritto è stato proprio quello sul gas nervino. Poi una banda di assassini con lunghe tuniche, barbe e turbanti ti ha catturata in un agguato insieme ad altri tre colleghi, nessuno italiano. Stavi sulla macchina che guidava una colonna di reporter e fotografi. Vi hanno fatti scendere. Pare che tu sia stata la prima ad essere uccisa.

 

#unadonnalgiorno

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