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Marie Colvin coraggiosa giornalista di guerra

Marie Colvin coraggiosa giornalista di guerra

Testimoniare non basta a cambiare le cose, la difficoltà è confidare che importi ai lettori.

Marie Colvin è stata una delle giornaliste e reporter più importanti e coraggiose del mondo.

Corrispondente dall’estero per il quotidiano britannico Sunday Times, Marie Colvin non si era mai lasciata intimorire, nemmeno dagli scenari bellici più pericolosi.

Nata il 12 gennaio 1956 a Oyster Bay, nello Stato di New York, Marie Colvin era figlia di due insegnanti. “Piangi solo quando sanguini”, le ripeteva sua madre da piccola, un mantra che adottò per tutta la sua vita.

Ancora giovanissima, marciò verso Washington per protestare contro la guerra in Vietnam. Dopo un’esperienza di studio in Brasile, si iscrisse alla facoltà di antropologia di Yale e presto iniziò a scrivere per lo Yale Daily News.

La sua carriera di reporter iniziò a New York, per la United Press International, che nel 1984 la mise a capo del bureau di Parigi. Un anno dopo è passata al Sunday Times, per cui ha lavorato fino alla fine dei suoi giorni.

Dal 1986 fu la corrispondente del giornale in Medio Oriente, e dal 1995 la corrispondente per gli Affari Esteri.

È stata la prima giornalista a intervistare Gheddafi dopo l’inizio dei bombardamenti degli Stati Uniti in Libia, nel 1986.

Specializzata in Medio Oriente, fu corrispondente nei conflitti in Cecenia, Kosovo, Sierra Leone, Zimbabwe, Sri Lanka e Timor Est.

Ha vinto il premio International Women’s Media Foundation per il coraggio dimostrato nella copertura dei conflitti in Kosovo e Cecenia.

Nel 1999, a Timor Est, ha salvato le vite di 1500 donne e bambini da una zona assediata da forze armate sostenute dall’Indonesia. Rifiutandosi di abbandonarle, rimase con un contingente militare delle Nazioni Unite, riportando il tutto su giornali e televisioni.

Ha scritto e prodotto diversi documentari, tra cui Arafat: Behind the Myth per la BBC e Bearing Witness.

Fu colpita dall’esplosione di una granata dell’esercito dello Sri Lanka il 16 aprile 2001, mentre si spostava da un’area controllata dalle Tigri Tamil a un’area controllata dal Governo. Da allora indossò una benda sull’occhio.

Fu testimone e intermediaria durante gli ultimi giorni della guerra in Sri Lanka e riportò di crimini di guerra contro i tamil commessi in quel periodo. 

Aveva anche documentato la Primavera Araba da Tunisia, Egitto e Libia nel 2011. L’orrore non l’aveva mai fermata, fino al tragico attacco finale.

L’ultima sua ossessione era la Siria: credeva che Assad non stesse uccidendo solo terroristi, come da lui dichiarato, ma soprattutto civili infreddoliti e impauriti.

Qualcuno deve andare laggiù e vedere l’orroredisse.

Nel febbraio del 2012, ignorando i tentativi del governo siriano che non consentiva ai giornalisti stranieri di riportare notizie sulla guerra civile, Marie Colvin riuscì ad entrare in Siria in sella a una moto, senza permessi, stazionando nella città di Homs.

Descrisse i bombardamenti e gli attacchi dei cecchini contro edifici civili e persone per le strade di Homs da parte delle forze governative. Il 21 febbraio, il giorno prima della sua morte, apparve in collegamento satellitare su diverse televisioni, come la BBC e la CNN. Lei che di guerre ne aveva vissute, sostenne di non aver mai visto una guerra peggiore di quella.

Marie Colvin è morta il 22 febbraio 2012 all’età di 56 anni, insieme al fotoreporter francese Rémi Ochlik, uccisi mentre lasciavano una sede media non-ufficiale durante l’offensiva di Homs.

L’autopsia fatta a Damasco ha concluso che fu uccisa da una “improvvisa esplosione di un dispositivo pieno di chiodi“.

Il governo siriano accusò i terroristi di aver piazzato una bomba, ma la versione venne rifiutata dal fotografo Paul Conroy, anch’egli presente al momento dell’esplosione. Conroy affermò che  l’edificio era stato preso di mira dall’esercito siriano che l’aveva identificato tramite i segnali telefonici via satellite. Colvin e Ochlik stavano facendo le valigie quando la bomba ha colpito la loro sede stampa. Avevano pianificato infatti, poche ore prima, di lasciare la base ormai troppo pericolosa.

Una carriera coraggiosa e di grande successo, che la portò a ricevere tanti riconoscimenti prestigiosi.

Era una donna meravigliosa, a detta di chi l’ha conosciuta, che sapeva adattarsi a ogni situazione, dalla guerra in Medio Oriente agli eventi ufficiali. È stata la giornalista che è riuscita, più di tutti, a resistere al centro dei conflitti, tra le piogge di granate e i disastri umanitari.

È morta per la sua inarrestabile fame di verità, facendo il lavoro che amava immensamente, nonostante gli attacchi di panico di cui era vittima dopo aver perso l’occhio.

Sulla sua storia è stato fatto un film A Private War del 2018 diretto da Matthew Heineman, interpretato da Rosamund Pike.

#unadonnalgiorno

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