esempistoria

Gemma Harasim

Gemma Harasim

Di quale cultura pretendiamo si faccia iniziatrice la scuola in generale, senza distinzione di sesso e di scopi pratici? Oramai (lo vogliamo sperare) è sorvolata e vinta la confusione dannosissima tra cultura ed erudizione: concetti diversissimi pur nella loro apparente sinonimia, e che nella scuola dobbiamo tener fermo perché restino ben nettamente distinti e non si turbino e non si afferri di sorpresa il secondo per soffocare il primo. La cultura, presa nel significato di formazione di anime e di coscienze, ogni scuola deve tenere come meta ideale ch’essa aiuta a raggiungere: questa, per ogni istituzione scolastica, resta lo sfondo luminoso su cui si proiettano varie linee diverse, che non devono però ottenebrarlo mai tutto, che devono armonizzare con esso nelle più svariate intonazioni di colore e di luce.

Una volta che il coltello è affilato, esso può servire per tagliare qualunque cosa, e non c’è proprio uno strumento per tagliare il pane e un altro per la carne. Così avviene per l’acutezza e la lucidezza dell’intelletto. Affilato a qual fine ed a qual cosa lo vuoi: basta che sia affilato e lucidato, per adoperarlo poi secondo la volontà del tuo cuore e secondo il bisogno del tuo stato.

Gemma Harasim è stata una pedagogista che nei primi anni del Novecento, nella multilingue Fiume, sua città natale, ha mescolato l’insegnamento dell’italiano con una didattica innovativa basata sulla paziente comparazione fra dialetto e lingua. 

Nata il 15 luglio 1876, dopo il diploma magistrale iniziò la carriera di maestra, dimostrando spiccate capacità pedagogiche e didattiche e facendosi notare per la novità nell’impostazione dell’insegnamento dell’italiano, tanto da decidere di mettere per iscritto le sue idee in un volumetto dal titolo Sull’insegnamento della lingua materna, rielaborato e ridato alle stampe nel 1914 con il titolo Lingua materna e intuizione.

Sulla rivista locale La vedetta scriveva anche di temi come la valorizzazione della donna nella sua specificità di moglie e madre ma con un’autonomia di pensiero pari all’uomo.

Gemma Harasim sosteneva fermamente che lo studio mnemonico della grammatica non fosse di aiuto all’apprendimento della lingua, ma anzi, nei primi momenti, di impaccio. La sua proposta era quella di fare lingua attraverso situazioni comunicative che i bambini via via potevano scoprire e vivere attraverso esercizi interattivi, fondati direttamente sulla lingua materna, loro dialetto nativo.

Nella sua città convivevano diverse etnie e lingue e nella vita di tutti i giorni si confrontava con bambini provenienti da mezza Europa. Le famiglie miste e soprattutto la convivenza di tutte queste lingue, culture, popoli, furono la palestra di vita con cui saggiò il suo metodo educativo, maturando la convinzione che il multilinguismo, di cui erano intrisi i bambini e le bambine, fosse un modo intuitivo per conoscere la grammatica e quindi le regole della lingua prima ancora dell’apprendimento normativo della lingua stessa.

Compiuti gli studi magistrali, lavorò come insegnante nella scuola cittadina e nel 1906 pubblicò Sull’insegnamento della lingua materna, testo che inviò a Benedetto Croce che le offrì la possibilità di entrare in contatto con il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice, suo futuro marito.

Grazie a una borsa di studio aveva frequentato i corsi universitari all’Istituto di Studi Superiori di Firenze entrando così in contatto con il gruppo che ruotava intorno alla rivista di cultura e politica La Voce su cui aveva pubblicato, nel 1909, Lettere da Fiume, in cui descrive le difficili condizioni socio-politiche e culturali della realtà di una terra irredenta a cavallo tra Italia, Croazia e Ungheria. Nel settembre dello stesso anno, al Congresso degli Insegnanti Scuola Media a Firenze ha conosciuto direttamente le più importanti personalità della cultura pedagogica italiana e Giuseppe Lombardo Radice, col quale aveva già una corrispondenza epistolare. I due si innamorarono e, l’anno seguente, si sposarono.

Trasferitasi a Catania per seguire il marito, ne divenne la più stretta collaboratrice e la condirettrice della sua rivista Nuovi Doveri su cui scriveva di temi riguardanti la cultura della donna, in un ambiente molto diverso dalle sue abitudini mitteleuropee. Non ha mai abbandonato però i suoi interessi e le vicende e condizioni della sua città natale.

Manifestò anche il suo dissenso verso l’interventismo e la partecipazione del marito alla guerra.

Il malcontento più forte avvenne nel 1923, quando il ministro dell’Educazione Nazionale Giovanni Gentile, per realizzare la riforma della scuola, nominò Lombardo Radice direttore generale dell’istruzione primaria. Ella era decisamente contro le politiche fasciste di Mussolini di cui intuiva il pericolo e gli esiti.

L’incarico ministeriale portò il trasferimento della famiglia a Roma, dove rimase anche dopo le dimissioni del pedagogista, in seguito al delitto Matteotti, quando fece ritorno alla cattedra universitaria e alla rivista L’Educazione Nazionale, fondata nel 1919 e su cui anche Gemma Harasim scriveva.
Furono anni molto difficili per loro, a causa dell’isolamento e delle persecuzioni del regime e dopo la morte del marito, nel 1938, ne divenne la custode tenace dei ricordi e della memoria.

I figli scelsero nettamente la strada dell’opposizione accogliendo a casa incontri politici clandestini, Lucio venne incarcerato due volte mentre preparava la resistenza diffondendo il foglio clandestino Pugno chiuso.

Gemma Harasin si è dedicata alle tematiche educative e sociali fino alla sua morte, avvenuta nel 1961 a Roma.


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