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Nasrin Khandoker

Nasrin Khandoker antropologa bengalese

Anch’io ho paura per le donne afghane e i loro diritti. Questo tipo di cambi di regime è sempre sanguinoso e, considerando i precedenti, è impossibile credere che i Talebani risparmieranno la libertà o addirittura la vita delle donne. La mia paura per le donne afghane, tuttavia, non cancella i decenni di povertà e le migliaia di morti causati dalla guerra e dalla lunga vicenda coloniale. In particolare, non ci si può dimenticare della distruzione perpetrata in nome della Guerra al Terrore da parte statunitense. So benissimo che le donne musulmane in Afghanistan, in Arabia Saudita, in occidente, nei campi di internamento per Uiguri in Cina, le donne Rohingya, così come le donne non musulmane di colore e/o queer, hanno bisogno di solidarietà e sostegno nelle loro lotte. Non posso smettere di pensare alle donne Rohingya ripetutamente stuprate che vivono ai margini della società bengalese. Passo notti insonni come le passavo tempo fa dopo aver letto le esperienze di violenza delle donne rinchiuse nei campi per Uiguri, e non mi ricordo di molte donne bianche addolorate o preoccupate per la sorte di queste. Questa solidarietà selettiva ci dice qualcosa circa l’uso strumentale e la mercificazione dell’interesse per la violenza sulle donne.

Oggi tutti i media mainstream occidentali, raccontando della vittoria talebana, hanno deciso che le donne afghane hanno bisogno di essere salvate. Ma queste non hanno bisogno di protezione; hanno bisogno piuttosto di solidarietà. L’impulso di “salvare le donne musulmane” e compatirle è il frutto della conoscenza coloniale, che nasconde così le profonde diseguaglianze strutturali e di genere interne allo stesso mondo occidentale. Questa retorica salvifica è intimamente legata alla missione civilizzatrice dell’egemonia coloniale, che racconta della superiorità occidentale nel campo delle gerarchie di genere. Questa stabilisce che le società occidentali hanno sconfitto la subordinazione delle donne, che le donne del sud del mondo devono mettersi in pari, e che tale progresso può essere raggiunto solo seguendo il percorso intrapreso dalle donne bianche occidentali. Si ignora che il patriarcato produce disuguaglianze in modo diverso perché esso esiste in società differenti. È un guardare dall’alto in basso le donne musulmane, adottando un punto di vista razzista e suprematista bianco, che non riconosce i decenni di lavoro fatto dal femminismo post coloniale per rivelare i limiti del complesso salvifico del femminismo bianco.

Nasrin Khandoker è un’antropologa del Bangladesh, che lavora su tematiche che si occupano di genere, colonialismo e disuguaglianza.

Ha un Master presso il Dipartimento di Antropologia dell’Università di Jahangirnagar, Bangladesh, dove insegna da oltre dieci anni e uno in Studi di genere presso la Central European University, in Ungheria.  

Scrive per la rivista bengalese Public Nribiggan (Antropologia pubblica) che ha contribuito a fondare.

Tutto il suo lavoro è legato al genere, alla sessualità e alla sovversione dell’identità, ha iniziato dall’analisi della codificazione del matrimonio nel contesto della trasformazione coloniale e la costruzione storica delle immagini ideali della donna musulmana bengalese.

Esamina la narrativa coloniale del progresso della donna attraverso l’emergere di idee moderne provando a decostruirne l’immagine di vittima, anche analizzando i testi di alcune canzoni popolari che sono state emarginate dall’istituzionalizzazione del matrimonio.

Nei suoi corsi universitari tocca una varietà di aree tematiche come l’antropologia biologica, linguistica, economica, educativa, urbana, filosofica e di genere.

 

#unadonnalgiorno

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