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Qiu Jin

Qiu Jin, la prima femminista cinese

Le donne devono istruirsi e lottare per la propria indipendenza; non possono continuare a chiedere tutto agli uomini. I giovani intellettuali continuano a gridare ‘Rivoluzione, Rivoluzione’, ma io dico che la rivoluzione dovrà iniziare nelle nostre case, raggiungendo la parità di diritti per le donne.

Qiu Jin è il simbolo della lotta femminista in Cina.

Rivoluzionaria e scrittrice è oggi venerata come eroina nazionale.

Appassionata di vino, spade ed esplosivi, ambiva a scardinare la concezione patriarcale di una società definita dalle rigide regole confuciane sulla distinzione dei sessi — una lotta che per lei era partita dentro le mura di casa.

Nacque l’8 novembre 1875 a Xiamen, nella provincia del Fujian, in una famiglia benestante di funzionari: la madre proveniva da una famiglia di intellettuali e il padre lavorava per il governo della città. Risiedevano nella tenuta di famiglia nello Zhejiang, provincia nota per il progressismo culturale e per l’attenzione all’istruzione femminile. Fin da bambina aveva ricevuto un’educazione insolitamente ampia per il suo tempo. In un’epoca in cui non era neppure accettabile che le donne uscissero di casa, si era formata nella scrittura e nella poesia, aveva imparato ad andare a cavallo, tirare con l’arco, usare la spada e praticare le arti marziali.

Secondo le convenzioni correnti, le era stato imposto un matrimonio combinato e l’ambiente tradizionalista dei suoceri l’aveva costretta a vivere da reclusa. Aveva sopportato a fatica quella condizione, sfogandosi nelle lettere al fratello e nelle poesie. Dopo aver dato alla luce un figlio maschio, la famiglia si era trasferita a Pechino, dove il marito aveva acquistato una carica ufficiale.

Nella capitale, agitata dal fervore rivoluzionario e nazionalista, contagiata dallo spirito del cambiamento, era entrata in contatto con gli scritti femministi, mentre il marito sprecava le sue ore tra concubine, alcol e scommesse. Il matrimonio si era logorato fino alla rottura, e nel 1904 Qiu Jin aveva lasciato la famiglia per partire da sola per il Giappone. A Tokyo aveva studiato la lingua, si era iscritta alla Jissen Joshi Daigaku fondata dall’educatrice Utako Shimoda e aveva cominciato a scrivere saggi e articoli per incitare le donne cinesi alla lotta contro la tirannia della dinastia Qing. Aveva aderito alle associazioni studentesche cinesi in rivolta e smesso di fasciarsi i piedi, sottraendosi a uno dei simboli più diretti della sottomissione femminile. Aveva, quindi, iniziato a vestirsi con abiti maschili, abitudine  mantenuta per il resto della sua vita.

Tornata in Cina, aveva fondato diverse testate femministe: prima il Baihua Bao, in cinese vernacolare, per incoraggiare le donne a unirsi alla causa rivoluzionaria e per denunciare la fasciatura dei piedi, poi, nel 1906 a Shanghai insieme alla poetessa Xu Zihua, lo Zhongguo Nü Bao, giornale fortemente osteggiato dalle autorità locali e chiuso dopo appena due numeri.

Nei suoi interventi pubblici rivendicava il diritto delle donne a sposarsi liberamente, sottraendosi ai matrimoni combinati, il diritto all’istruzione e l’abolizione della fasciatura dei piedi.

Nel 1907 divenne direttrice della scuola Datong a Shaoxing, ufficialmente un istituto di formazione per insegnanti di educazione fisica, in realtà un luogo di addestramento militare per i rivoluzionari con cui era rimasta in contatto, e aveva iniziato segretamente a preparare la rivolta.

Il piano insurrezionale venne scoperto dalle truppe governative prima che potesse essere attuato: il 12 luglio 1907 Qiu Jin venne arrestata e condotta nella prigione femminile di Shaoxing, dove fu sottoposta a lunghi interrogatori e torture senza mai confessare il proprio coinvolgimento.

Tre giorni dopo, il 15 luglio 1907, venne decapitata nel villaggio di Shanyin, vicino a Shaoxing, aveva solo trentuno anni.

La sua vicenda resta oggi un simbolo della lotta femminista in Cina e la sua opera letteraria è la testimonianza di quella generazione di donne che hanno scelto di rompere, letteralmente, con i propri passi.

Non dire che le donne non sono fatte per essere eroine.

 

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