Il mio augurio alle donne saudite è che possano fare quello che vogliono e soprattutto smettano di difendere una cultura maschilista che non le difende.
Shahad Ameen, regista e sceneggiatrice, tra le esponenti più originali del nuovo cinema saudita è stata una delle prime donne del paese ad aver diretto un lungometraggio arrivato sui grandi palcoscenici internazionali.
È nata e cresciuta a Jeddah, in un’Arabia Saudita che non aveva ancora sale cinematografiche e in cui le donne avevano accesso limitato a gran parte delle professioni. A nove anni il padre le ha regalato la prima videocamera e da allora ha cominciato a girare cortometraggi in costume con gli amici, usando oggetti trovati in casa e montando i titoli di coda puntando l’obiettivo su una presentazione al computer di famiglia. Amava già le storie per immagini, cresciuta tra l’animazione giapponese e il cinema americano, ma è stata la serie televisiva siriana Al-Kawaser, negli anni Novanta, a farle capire che voleva fare la regista. È stata la prima volta, ha raccontato, in cui ha visto sullo schermo persone che parlavano la sua lingua e le somigliavano.
Si è laureata in produzione video e studi cinematografici alla University of West London, per poi frequentare, nel 2012, il conservatorio di sceneggiatura della New York Film Academy. Arrivata alla scuola di cinema londinese si è trovata indietro rispetto a colleghe e colleghi già formati al linguaggio del grande schermo e ha dovuto imparare da zero a pensare per immagini.
Ha esordito con il cortometraggio Our Own Musical. Leila’s Window, sull’alienazione di una bambina dalla propria famiglia, che è stato presentato al Gulf Film Festival e al Saudi Film Festival. Eye & Mermaid del 2013, è la storia di una ragazza che scopre che le perle portate a casa dal padre sono state sottratte alle sirene. Il film ha debuttato al Dubai International Film Festival ed è stato selezionato al Toronto International Film Festival, vincendo il premio per la miglior fotografia all’Abu Dhabi Film Festival: da quel cortometraggio sarebbe nato il suo primo lungometraggio.
Scales, presentato nella sezione Settimana della Critica della Mostra di Venezia nel 2019, racconta di un villaggio di pescatori che assicura un raccolto abbondante sacrificando al mare una figlia per famiglia: Muthana, arrivato il proprio turno, salva la figlia Hayat all’ultimo momento. Dodici anni dopo Hayat vive ai margini della comunità, con una chiazza di squame su un piede; quando sua madre resta di nuovo incinta, sembra aprirsi la possibilità di un’altra figlia da sacrificare al suo posto, ma il nascituro è un maschio e Hayat viene condotta di nuovo al mare. Si scopre che gli abitanti del villaggio cacciano e si cibano di sirene, nate proprio dalle figlie sacrificate nel tempo: Hayat si unisce agli uomini e ai ragazzi su una barca da pesca, si scontra ripetutamente con il loro capo Amer, e in un ultimo gesto di sfida torna al mare, che la inghiotte.
Per il ruolo di Hayat, Ameen ha scelto Baseema Hajjar, un’attrice di quindici anni con cui collaborava fin da quando ne aveva sei. Voleva, ha spiegato, “una ragazza saudita che conoscesse il dolore di essere una cittadina di seconda classe, il dolore di stare in mezzo a una società fortemente dominata dagli uomini”. Girato in trentatré giorni sulla penisola di Musandam, in Oman, in un’area priva di qualunque infrastruttura per le produzioni cinematografiche, il film ha uno stile visivo in bianco e nero debitore, per sua stessa ammissione, a Niki Caro, Yasujiro Ozu, Guillermo del Toro e al fotoreporter brasiliano Sebastião Salgado. Ha vinto il premio del Circolo del cinema di Verona a Venezia, è stato scelto come miglior film al Singapore International Film Festival, ed è stato selezionato come rappresentante dell’Arabia Saudita nella categoria miglior film internazionale agli Oscar del 2021, senza ottenere la nomination.
Nel 2025 ha portato alla Mostra di Venezia, nella sezione Spotlight, il suo secondo lungometraggio, Hijra: un road movie ambientato nel 2001, che segue una nonna in viaggio dal sud dell’Arabia Saudita verso la Mecca insieme alle due nipoti, per il pellegrinaggio dello hajj. Quando la nipote maggiore, ribelle, scompare durante la prima tappa, il viaggio si trasforma in una ricerca che cambia per sempre il rapporto tra la nonna e la nipote più piccola. Girato in oltre cinquantacinque giorni, in otto diverse città saudite, il film racconta, come i precedenti, le rivoluzioni silenziose delle donne, e il significato mutevole della libertà femminile attraverso le generazioni.
Le persone dell’Arabia Saudita hanno bisogno di arte. Hanno bisogno di guarire attraverso l’arte e attraverso le storie, di raccontare la propria versione dei fatti. Voglio sentire più voci femminili: ogni volta che parte di una comunità è stata messa a tacere per tanto tempo, quando conquista il diritto di parlare, racconta storie che nessuno ha mai sentito prima.















