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Sarah Maldoror

Sarah Maldoror regista della Négritude

È tempo di girare una nuova pagina. Attualmente ci troviamo di fronte a problemi che richiedono una profonda comprensione delle nostre rispettive realtà nazionali, nonché una consapevolezza dei ruoli che spettano a noi registi nel cambiare queste realtà.

Sarah Maldoror, regista e pioniera del cinema panafricano, è stata tra le prime donne a dirigere un film in Africa.

Nel suo lavoro ha cercato un modo poetico per esprimere un’identità alternativa e la promessa di una società futura offerta dalla nuova cultura nera emergente dall’anticolonialismo e dal panafricanismo negli anni ’60.

Nacque col nome di Sarah Ducados, il 19 luglio 1929, nel dipartimento di Gers, nel sud-ovest della Francia, da madre francese e padre antillano, originario della Guadalupa, che era morto quando lei era molto piccola. Era stata anche rinchiusa in orfanotrofio quando la madre, lavorando come domestica, non riusciva a mantenere la numerosa famiglia.

A Parigi aveva frequentato una scuola di recitazione e fondato, con altri giovani attori neri, una compagnia teatrale, Les Griots, con cui metteva in scena letture di Aimé Césaire e testi di Sartre, Puškin e Synge. Fu in quegli anni che scelse il nome d’arte, Maldoror, in onore de I canti di Maldoror di Lautréamont, poeta ammirato dai surrealisti. Il suo scopo era dare nuova vita al surrealismo attraverso i postulati della Négritude, movimento artistico, sociale e politico del quale sarebbe diventata una delle grandi esponenti. Con la compagnia collaborarono numerosi artisti, uno su tutti Jean Genet, che nel 1958 le concesse i diritti di prima rappresentazione della propria nuova opera, Les Nègres, diretta da Roger Blin. Al debutto, nel 1959, «Le Monde» la definì una delle opere più elettrizzanti della stagione.

Sempre a Parigi aveva incontrato il poeta e nazionalista angolano Mário Pinto de Andrade, che sposò e di cui restò compagna per tutta la vita. Insieme avevano orientato il proprio impegno verso l’Africa, accettando l’invito di Sékou Touré, presidente della Guinea, paese in cui Andrade aveva intensificato il proprio attivismo politico, fondando il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA), di cui divenne il primo presidente.

Sarah Maldoror, nel 1961, aveva studiato cinema a Mosca con Mark Donskoj  al VGIK, l’Istituto statale di cinematografia, dove conobbe anche lo scrittore senegalese Ousmane Sembène, futuro “padre” del cinema africano moderno. A Mosca, nel 1962, nacque la prima delle sue due figlie, Annouchka; la seconda, Henda, sarebbe nata nel 1964 in Marocco, dove la famiglia visse per un periodo prima di trasferirsi ad Algeri.

Dopo aver completato gli studi, era tornata nel continente africano prendendo parte attiva dei movimenti di liberazione.

Dal 1964 al 1970 visse ad Algeri — allora considerata la nuova metropoli anti-imperialista del Terzo Mondo, dopo l’indipendenza algerina del 1962 — dove praticava il cinema come arma e mezzo di solidarietà applicata.

È stata assistente di Gillo Pontecorvo nel film La battaglia di Algeri nel 1966 e del regista algerino Ahmed Lallem, sul documentario Elles, dedicato alle giovani algerine e alla loro visione del futuro, un lavoro in cui faceva da tramite tra i registi uomini e le donne che intendevano filmare, in una società ancora fortemente tradizionale.

Con i suoi primi film, Monangambééé del 1969 e Sambizanga del 1972, tratti da racconti dello scrittore angolano José Luandino Vieira, ha stabilito nuovi standard estetici, collegando indissolubilmente le immagini in movimento alle azioni dei movimenti politici. Monangambééé, girato con attori non professionisti in Algeria, prendeva il titolo dal grido con cui gli attivisti anticoloniali angolani convocavano le riunioni di villaggio. Sambizanga, il suo primo lungometraggio, ambientato agli esordi della guerra d’indipendenza angolana e girato nel Congo-Brazzaville francofono, non potendo ottenere il permesso di filmare in Angola, racconta la ricerca disperata di una donna per il marito, arrestato dalla polizia portoghese, torturato e morto prima che lei riesca a raggiungerlo. È considerato tra i primi lungometraggi diretti da una donna nel continente africano; presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, ha vinto il Tanit d’oro al Festival di Cartagine del 1972, ed è oggi parte della Criterion Collection, con un commento critico firmato anche da Martin Scorsese.

Sostenendo apertamente una rivoluzione africana, ha criticato i discorsi vuoti sul “cinema rivoluzionario”, descrivendo il suo lavoro come “cinéma utilitaire” — un cinema che può rivelarsi utile nella sconfitta finale di immagini, azioni e strutture oppressive.

Sarah Maldoror ha al suo attivo quaranta produzioni e numerosi progetti incompiuti, tra cui i ritratti di Aimé Césaire (Aimé Césaire, le masque des mots, 1986) e di Léon G. Damas (1995), poeta della Négritude nato nella Guyana francese.

Mentre i critici cinematografici hanno prestato principalmente attenzione ai suoi primi film, l’intuizione delle opere successive rimane non abbastanza riconosciuta, così come il suo amore per la poesia, la pittura, la letteratura, e il valore del suo instancabile lavoro sullo sviluppo di un linguaggio significativo del cinema (auto)liberatorio.

Nel 2011 ha ricevuto l’Ordine Nazionale al Merito della Repubblica francese.

Si è spenta il 13 aprile 2020, a novant’anni, per le complicazioni legate al Covid-19, nel pieno della prima ondata della pandemia in Francia.

Per Sarah Maldoror, fondamentale punto di riferimento per il cinema panafricano, l’immagine è stata il movimento realizzato dei pensieri. Ha raccontato la lotta dal punto di vista di chi la combatte.

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