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Tina Merlin la giornalista che non venne creduta

Tina Merlin giornalista

Tina Merlin giornalista, scrittrice e partigiana italiana, passata alla storia per la sua inchiesta sul Vajont, tragedia che non è riuscita a scongiurare perché non venne creduta.

Il suo nome completo era Clementina, nata nel 1926 a Trichiana (Belluno) da una famiglia contadina: la madre, sposata in seconde nozze, da bambina era stata cioda (lavorante agricola) in Trentino, il padre era anch’egli un emigrante stagionale. Ultima di sei fratelli (più altri due del primo matrimonio della madre), aveva frequentato le scuole solo fino alla terza elementare, poi era dovuta andare a lavorare come “servetta” a Milano. A Milano, poi, cominciano i bombardamenti e fece ritorno a casa. Quando nell’autunno del 1943 le truppe tedesche occuparono la provincia, aveva diciassette anni. Entrò nella Resistenza nel luglio del 1944 seguendo l’esempio del fratello Toni, comandante di un battaglione partigiano, la brigata 7° Alpini, che cadde negli ultimi giorni di combattimenti, e a cui fu conferita la medaglia d’argento al valor militare.

Col nome di battaglia Joe, consumò la sua bicicletta girando da un avamposto all’altro. Scoprì l’amore con il compagno partigiano Aldo Sirena (Nerone) che sposò nel 1949 e dal quale avrà un figlio, Toni, nel 1951.

Dopo la Resistenza, nel 1946 si iscrisse al PCI e nel 1951 divenne corrispondente dell’Unità, grazie a un concorso del giornale vinto con un racconto.

Per tutti gli anni Cinquanta si è occupata dei problemi della montagna veneta, soffocata da emigrazione, sottosviluppo, disoccupazione, spopolamento.

Sono anche gli anni della costruzione delle grandi dighe e dello strapotere della Sade, uno “stato nello stato”. I primi impianti idroelettrici erano sorti all’inizio del secolo e già erano emersi i primi seri problemi. Durante il fascismo il potere pervasivo della Sade si era consolidato, con l’assorbimento delle altre  società elettriche minori costituendo un vero e proprio monopolio. Nel dopoguerra, iniziò la costruzione di una serie di dighe e di impianti, collegati fra loro per il completo sfruttamento del Piave e dei suoi affluenti di montagna.

Ovunque arrivava, la Sade provocava problemi enormi. A Vallesella a causa della costruzione della diga di Centro Cadore, più di cento case rimasero lesionate, e la società si rifiutò di pagare i danni. In valle di Zoldo cadde una grande frana. Sul Cismon (bacino del Brenta), intere borgate vennero sommerse e gli abitanti fatti sloggiare. Ovunque i contadini vennero espropriati delle poche terre coltivabili nei fondovalle e costretti a emigrare.

Tina Merlin, in una serie di articoli per tutti gli anni ’50, ne dede notizia sull’Unità, l’unico giornale che se ne occupava.

Nacque così il suo impegno sul Vajont. All’inizio raccontava le proteste contro gli espropri forzosi per quattro lire, che costringeva a emigrare, unica strada per sopravvivere.

Negli anni ’60 la sua penna giornalistica si legò indissolubilmente alla tragedia del Vajont. Per i suoi articoli di denuncia della situazione pericolosa connessa all’avanzare dei lavori di costruzione della diga già nel 1959 venne processata e poi assolta con formula piena dal Tribunale di Milano per «diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico».

Fioccarono in Parlamento interrogazioni soprattutto da parte del PCI, poi anche della DC. Se ne occupò anche il consiglio provinciale di Belluno. Si riunì perfino in seduta straordinaria per discutere sui danni provocati dalla Sade nelle valli dove stava costruendo le dighe, Vajont compreso. Una delegazione della giunta venne mandata dal ministro. Risultati zero. Solo risposte rassicuranti. Del resto, per rispondere alle interpellanze il ministro chiedeva i dati al Consiglio superiore dei lavori pubblici, che aveva solo le informazioni fornite dalla Sade stessa. Anche di queste accese polemiche, Tina Merlin scrisse sul suo giornale. Inascoltata: perché era il giornale comunista, era il giornale dell’opposizione. Nel clima plumbeo della guerra fredda non si poteva certo dare ragione ai comunisti. Anche i giornali erano schierati. Nessuno protestò – tranne il PCI – quando alla corrispondente dell’Unità venne impedito di entrare a manifestazioni pubbliche, o quando fu ostacolata nel suo lavoro in Tribunale, dove era mal vista e osteggiata.

I soprusi, le prepotenze della società elettrica erano, come si dice, il pane quotidiano di ogni giornalista che avesse voluto parlare di ciò che stava a cuore ai montanari di queste vallate”, scrisse in seguito. “Chiunque facesse questo mestiere avrebbe potuto scrivere le stesse cose”. E ancora. “Non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui”.

Tina Merlin non le mandava a dire. Caparbia e decisa, come lo era stata durante la Resistenza, per nulla propensa ai compromessi sulle questioni di principio, non esitava a scontrarsi anche con i suoi stessi compagni di partito. I contadini di Erto o gli emigranti della montagna erano la “sua” gente, persone che non avevano potere, non avevano giornali, non avevano voce, e alla quale cercava di dare voce. Occuparsi del Vajont, scrisse, era continuare a fare quello che aveva sempre fatto anche nella Resistenza: stare dalla parte dei deboli e opporsi alle ingiustizie.

L’inchiesta di Tina Merlin fece il giro del mondo. Tentò di impedire il consumarsi della tragedia ma fu uno sforzo vano. Infatti, il 9 ottobre 1963, una frana si staccò dal monte Toc e precipitò nel bacino provocando un’onda che superò la diga e distrusse il paese di Longarone causando duemila vittime. La variazione della pressione dell’acqua fu la causa del disastro.

In seguito al disastro del Vajont, tentò di pubblicare un libro sulla vicenda, Sulla Pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, che trovò un editore solo nel 1983.

Dal 1964 al 1970 venne eletta consigliera provinciale per il PCI. L’attività politica era cominciata subito dopo la fine della guerra quando aveva cominciato la propaganda tra le ragazze per coinvolgerle attivamente alla vita pubblica. Prestò la propria attività anche attorno al gruppo UDI.

«Il mondo che sognavo da bambina, quand’ero a servire, mi s’è aperto, esiste, io esisto col mondo».

Dopo una breve esperienza nel 1967 in Ungheria, a Radio Budapest in lingua italiana, Tina Merlin riprese la collaborazione con l’Unità da Vicenza. Nel ’71 si trasferì alla redazione di Milano e, da qui, nel 1974 a Venezia fino al 1982 dove diresse le pagine regionali del Veneto. Durante l’attività giornalistica collaborò a varie riviste, tra cui «Patria Indipendente», «Vie Nuove» e «Protagonisti», rivista dell’Istituto Storico Bellunese della Resistenza, del quale è stata socia fondatrice nel 1965 e per lungo tempo parte del direttivo.

Morì di tumore il 22 dicembre 1991 a Belluno a 65 anni.

Nel 1992, poco dopo la sua scomparsa, è stata fondata l’associazione culturale che ne porta il nome e che vuole continuarne la ricerca e l’impegno sui temi dei diritti civili, della giustizia sociale e della condizione femminile.

Nel 2004 è stata pubblicata una raccolta di articoli giornalistici dal titolo La rabbia e la speranza.

#unadonnalgiorno

 

 

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