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Vivienne Westwood regina del punk. La moda come atto politico.

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Vivienne Westwood è la stilista, designer e attivista britannica che negli anni Settanta contribuì a creare lo stile punk.

Ha iniziato a lavorare nel campo della moda nel 1971, quando insieme a Malcolm McLaren, futuro manager dei Sex Pistols, ha aperto a Londra un negozio divenuto in breve il punto di riferimento della generazione punk, la nuova cultura anti-establishment fatta di musica, immagini, moda, ispirata agli anni Cinquanta. Negli anni Ottanta, interrotto ogni legame commerciale con McLaren, Vivienne Westwood si è concentrata sempre più nel mestiere di stilista imponendosi come una delle maggiori creatrici di moda in ambito internazionale. Dagli anni Ottanta del Novecento, si è imposta con una moda eccentrica; fra i tratti distintivi del suo stile vi sono la provocazione e l’ispirazione da costumi storici.

La sua ispirazione trae forza da varie influenze che le derivano dall’amore per la storia, la pittura e l’impegno sociale e politico.

Nel 2011, contro l’appiattimento intellettuale indotto nelle nuove generazioni da social network e TV spazzatura, ha provocatoriamente creato la piattaforma no profit Active resistance.

L’attivismo è il tema centrale della sua vita, oltre che la personalità eclettica e anticonformista.

«Ero davvero una donna con una missione». Vivienne Westwood è stata e continua ad essere una donna con una missione: quella di cambiare, almeno un po’, il mondo, di renderlo un posto migliore. I nemici da combattere sono per lei il conformismo, l’immobilismo sociale, lo sfruttamento ottuso e sconsiderato della natura e la piaggeria.

Nata l’8 aprile del 1941 nel Derbyshire in una famiglia appartenente alla working class inglese, Vivienne Westwood ebbe un’infanzia felice, nonostante la seconda guerra mondiale avesse provocato enormi ristrettezze economiche. Appassionata di arte, letteratura e abiti su misura, si specializzò in moda e lavorazione dell’argento. Avrebbe voluto diventare un’artista, ma poiché ai tempi nessuno credeva che si potesse vivere di quello, decise di studiare per diventare educatrice. Nel 1962 sposò Derek Westwood, da cui prese il cognome. Da lui ebbe un figlio, Ben, ma dopo poco decise di separarsi. Nel 1965 conobbe lo studente d’arte Malcolm McLaren e con lui intraprese una relazione lavorativa e sentimentale, da cui nacque il secondo figlio, Joe.

È alla “coppia d’oro”, come vennero presto soprannominati, che si deve la nascita del punk, fenomeno che, attraverso la musica, l’estetica e i comportamenti provocatori, voleva sovvertire il sistema e rompere le regole.

Nel 1971 McLaren e Westwood aprirono il loro primo negozio a Londra: il nome, “Let it Rock”, aveva l’obiettivo di richiamare le atmosfere del rock’n’roll anni Cinquanta, che si rifletteva nei vestiti vintage e nei dischi. Il negozio cambiò nome e arredo più volte nel corso degli anni e presto Vivienne Westwood iniziò a realizzare capi originali per la vendita: nel 1972, divenne “Too Fast To Live Too Young To Die” (Troppo veloce per vivere, troppo giovane per morire), con abiti da biker in pelle e tempestati di zip; nel 1974 si trasformò in “SEX” e lo stile si fece feticista ed erotico; nel 1976 prese il nome di “Seditionaries” e, attraverso l’estetica del fai da te e il ricorso a materiali di scarto, creò i cosiddetti “Clothes for Heroes”, gli abiti per eroi.

Gli eroi per Malcolm e Vivienne erano gli emarginati che avrebbero dato vita alla rivoluzione.

Non puoi spronare le persone a cambiare le cose facendole sentire umiliate e offese. Devi farle sentire favolose, prima di ottenere il loro cambiamento”, sosteneva la stilista. A ogni nuova identità del negozio corrispondeva una collezione di abiti, frutto della creatività di lei e dell’attitudine provocatoria di lui.

Il cammino nel mondo della moda fu per lei molto difficile: indipendente dai gruppi del lusso, lontana dagli standard di stile e con un passato segnato dalla ribellione e da ingenti problemi economici, fu costretta a sopportare lo scherno da parte di chi di quel mondo patinato faceva parte da un pezzo.

Nel 1983 incontrò Carlo D’Amario, imprenditore italiano che si innamorò del portento creativo della designer britannica, oltre che della sua visione delle cose, di quella “manifestazione naturale e visibile del caos che la nazione stava sperimentando a livello politico”. L’uomo prese in mano i conti della boutique e la stilista poté tornare a fare ciò che amava di più: cucire, creare, lasciarsi ispirare.

In quel periodo Vivienne Westwood trascorse molto tempo in Italia, dove produsse “Mini Crini”, la collezione del 1985 che rivoluzionò la silhouette femminile: le donne abbandonarono l’estetica futuristica anni Ottanta per gonne in crinolina cortissime e lingerie a vista, creando un effetto provocante e giocoso al tempo stesso.

Il nome di Vivienne Westwood era ormai sulla bocca di tutti e, se in Inghilterra ancora si faceva fatica a lasciarsi sedurre dal suo talento creativo, la stampa internazionale era in visibilio e le modelle sognavano di lavorare con lei. L’azienda però faticava ancora da un punto di vista economico: perciò D’Amario convinse Westwood a lanciare delle “linee secondarie”, collezioni autorizzate concesse sotto licenza a altre aziende e vendute a un prezzo più basso e a un pubblico più ampio.

Tutte e tutti desideravano indossare un capo firmato Vivienne Westwood e la trovata funzionò.

Il successo della designer britannica è sempre dipeso dal suo approccio alla creazione, da quell’idea che la moda sia un atto politico.

Il lungo lavoro sul corpo, l’idea di vestire degli eroi e le storie che i suoi abiti sanno raccontare hanno rivoluzionato il mondo della moda.

Crea capi che esprimono un messaggio e non è un caso che durante le sue sfilate emergano temi come l’indipendenza della Scozia, la corruzione della politica, la contrarietà alla Brexit, gli abiti gender neutral, la libertà sessuale, ma soprattutto la preoccupazione necessaria nei confronti del cambiamento climatico e l’invito all’azione.

Vegetariana per ragioni etiche, in prima linea per la difesa dell’ambiente e al fianco di Greenpeace nella campagna “Save the Arctic” e dell’associazione animalista PETA, Vivienne Westwood si è resa protagonista di atti di militanza spesso fuori dal comune.

Alla cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi di Londra del 2012, ad esempio, si è presentata su un carro con un’enorme bandiera con la scritta “Climate Revolution”; sempre nel 2012 ha donato un milione di sterline all’associazione Cool Earth, che si occupa della salvaguardia della foresta pluviale.

Nel 2015 ha guidato un carro armato bianco verso l’abitazione dell’allora Primo Ministro britannico David Cameron in segno di protesta contro il fracking, pratica inquinante e dannosa attraverso cui si estrae gas naturale.

Oggi la stilista britannica sta gradualmente lasciando la direzione artistica dell’azienda al marito Andreas Kronthaler che era stato un suo studente. La differenza di status e di età ha inizialmente alimentato tanti pettegolezzi e illazioni. Ma la coppia continua a camminare insieme e a restare unita. Oggi, mentre Andreas è saldamente al timone del brand, Vivienne si dedica con più libertà al suo impegno civile e sociale.

Vivienne Westwood è una ribelle anticonformista, un talento unico entrato nel mondo della moda “per distruggere la parola conformità”; una stilista che considera gli abiti come espressione di sé e parte di un percorso che porta alla rivoluzione. Una donna audace che odia la mediocrità e che parla di libertà attraverso la crinolina, il tartan e un’irrequieta estetica punk.

Ha recentemente protestato contro le accuse che potrebbero portare all’estradizione di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks. Si è presentata vestita di giallo davanti al tribunale Old Bailey, a Londra, facendosi poi rinchiudere in una gabbia gigante, come un canarino. Poi, con un megafono, ha urlato la sua solidarietà ad Assange e la sua rabbia verso gli Stati Uniti, che ne hanno richiesto l’estradizione. “Se arrestano Assange devono arrestare anche i giornalisti del Times, del Guardian, del Der Spiegel, di tutto il mondo. L’America pensa di essere una nazione guidata da Dio, l’unica veramente democratica. Crede che gli altri siano dei corrotti. Ma loro sono i più corrotti di tutti”.

Vivienne Westwood è una donna dal carattere forte determinata a non farsi fermare da contrarietà o logiche di potere. È l’esempio vivente che si può essere molte cose insieme (regina del punk, icona fashion, attivista) e che coerenza e libertà non hanno prezzo.

È stato fatto un film documentario sulla sua vita firmato da Lorna Tucker, Westwood: Punk, Icona, Attivista.

#unadonnalgiorno

 

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