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Meret Oppenheim

Meret Oppenheim

Mi sembrava che la discriminazione millenaria della donna pesasse sulle mie spalle, come un senso di inferiorità che portavo dentro di me.

Meret Oppenheim, artista tedesca, è l’autrice della tazza da tè rivestita di pelliccia, uno degli oggetti più celebri del surrealismo. 

Ironica, istintiva, insofferente alle etichette, ha attraversato pittura, scultura, oggetti, gioielli, costumi teatrali e poesia senza mai lasciarsi chiudere in un unico linguaggio.

Nata a Berlino il 6 ottobre 1913 sua madre, Eva Wenger, era svizzera e suo padre, Erich Alfons Oppenheim, un medico tedesco di origine ebraica. Aveva trascorso l’infanzia tra Steinen, nel sud della Germania, Delémont e Basilea, con lunghe vacanze a Carona, sopra Lugano, nella casa dei nonni frequentata da personalità della cultura come Hermann Hesse. Decisiva per la sua formazione era stata la nonna materna, Lisa Wenger, pittrice e autrice di libri per l’infanzia, tra le poche donne ad aver frequentato l’Accademia d’arte di Düsseldorf.

Nel 1932, a diciotto anni, si era trasferita a Parigi insieme alla pittrice Irène Zurkinden e si era iscritta all’Académie de la Grande Chaumière che, però, frequentava poco, preferendo lavorare da sola nella sua stanza d’albergo a Montparnasse.

Furono anni prolifici in cui aveva dato vita a tantissimi acquerelli e disegni, tra i quali lo schizzo Einer, der zuschaut, wie ein anderer stirbt (Uno che guarda un altro morire), utilizzato più avanti come base per la scultura Der grüne Zuschauer (Lo spettatore verde).

Nel 1933 Alberto Giacometti e Hans Arp, visitando il suo studio, erano rimasti colpiti dal suo estro creativo e l’avevano invitata a esporre al Salon des Surindépendants.

Era così entrata a far parte del movimento dei surrealisti, pur senza mai sentirsene parte attiva e seguendo un percorso personale che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.

Considerata la musa dei surrealisti, ruolo in cui non si è mai riconosciuta, venne più volte fotografata da Man Ray, che l’aveva ritratta nuda accanto a un torchio da stampa nella celebre serie Érotique voilée.

Quando le sue opere si vendevano a fatica, per mantenersi, disegnava gioielli e accessori per Elsa Schiaparelli. Tra questi c’era un bracciale di metallo rivestito di pelliccia.

Si racconta che, al Café de Flore, Pablo Picasso, vedendolo, avesse osservato che qualunque cosa poteva essere ricoperta di pelliccia e che lei avesse risposto indicando la tazza che aveva davanti.

Poco dopo, nel 1936, aveva presentato alla galleria Charles Ratton Objet, una tazza con piattino e cucchiaino rivestiti di pelliccia, a cui André Breton aveva dato il titolo con cui è passata alla storia, Le Déjeuner en fourrure.

Nello stesso anno l’opera venne esposta al MoMA di New York nella mostra Fantastic Art, Dada, Surrealism ed era entrata nella collezione permanente del museo. Accanto alla tazza era nata anche Ma gouvernante, un paio di scarpe da donna legate e rovesciate su un vassoio d’argento come un arrosto.

Gli oggetti delle sue opere miravano a trasformare l’utensile domestico, simbolo del lavoro di cura e della buona educazione femminile, in qualcosa di perturbante, sensuale, impossibile da usare. Il feticcio, che fino ad allora era stato quasi solo materia dello sguardo maschile, veniva finalmente osservato e rovesciato dal punto di vista di una donna, con un’ironia che smontava l’erotismo invece di assecondarlo.

Con l’avvento del nazismo, il padre era stato costretto a chiudere il suo ambulatorio e la famiglia si era trasferita a Basilea, in Svizzera.

Era seguito un periodo di crisi durato quasi un ventennio, in cui, pur continuando a lavorare, distruggeva o lasciava incompiute le sue opere. Nonostante il disagio psichico, era rimasta in contatto con il Gruppe 33, un collettivo artistico che si opponeva al fascismo e al conservatorismo dell’arte svizzera.

Dopo diversi viaggi attraverso l’Europa e il matrimonio con Wolfgang La Roche, nel 1954 era finalmente tornata a lavorare con intensità.

Il suo Festino di primavera, un banchetto servito sul corpo nudo di una donna, allestito nel 1959 a Berna e ripetuto a Parigi, su richiesta di André Breton, all’Exposition inteRnatiOnale du Surréalisme, è considerato un’anticipazione della body art.

L’opera venne letta in chiave erotica e lei si era sentita fraintesa. È stata la sua ultima partecipazione a una mostra del gruppo.

Visionaria e libera, ha conquistato a caro prezzo il suo posto nella storia dell’arte. Le sue opere si discostano dai canoni prettamente surrealisti, movimento con cui aveva avuto un rapporto dinamico e privo di costrizioni, per intrecciarsi con i tratti delle altre avanguardie storiche.

Durante tutto il corso della sua vita ha cercato sempre di rinnovarsi rivendicando un’indipendenza artistica.

Il riconoscimento pieno è arrivato molto tardi, solo nel 1967, con una retrospettiva al Moderna Museet di Stoccolma.

Nel discorso di ringraziamento per il premio per l’arte della città di Basilea, nel 1975, aveva affermato che per una donna che voleva abbracciare l’arte il cammino era ancora troppo difficile e pieno di ostacoli, esortando tutte a smettere di considerare validi i tabù con cui erano state tenute in uno stato di sottomissione per millenni.

Nel 1982 ha ricevuto il grande premio per l’arte della città di Berlino e l’invito a documenta 7 a Kassel.

Si è spenta a Basilea il 15 novembre 1985, colpita da un infarto, nel giorno della presentazione di Caroline, libro di poesie e acqueforti dedicato alla poeta Karoline von Günderode.

Dal 2001 la Svizzera, per celebrarla, assegna ogni anno il Prix Meret Oppenheim.

La libertà non viene data, bisogna prendersela.

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