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Opal Lee

Opal Lee

Opal Lee è l’attivista che ha portato gli Stati Uniti a riconoscere come festa nazionale il Juneteenth, il 19 giugno, giorno in cui si ricorda la fine della schiavitù.

Per capire il peso della sua battaglia bisogna tornare al 19 giugno 1865, quando a Galveston, in Texas, il generale Gordon Granger aveva annunciato alle ultime persone ancora schiavizzate che erano libere.

Il Proclama di emancipazione era stato firmato due anni e mezzo prima, ma in Texas la notizia non era arrivata a chi ne aveva diritto. Da allora le comunità nere hanno festeggiato quella data per conto proprio, tra picnic, musica e preghiere, nell’indifferenza del resto del paese, che celebrava l’indipendenza del 4 luglio come se la libertà fosse arrivata per tutte e tutti nello stesso momento.

Nata a Marshall, in Texas, il 7 ottobre 1926, sua madre Mattie Broadous, faceva la cuoca presso famiglie facoltose e il padre, Otis Flake, il custode. La bisnonna paterna era nata in schiavitù in Louisiana.

Quando aveva nove anni la famiglia si era trasferita a Fort Worth, dove i genitori, a forza di sacrifici, erano riusciti a comprare una casa in un quartiere abitato da bianchi. Il 19 giugno 1939, pochi giorni dopo il trasloco, una grande folla aveva circondato l’abitazione e l’aveva incendiata. Aveva dodici anni e in quella casa non sono più tornati.

Che tutto fosse accaduto proprio nel giorno del Juneteenth l’ha convinta, per il resto della vita, che quella ricorrenza non potesse ridursi a una sagra.

Sposatasi giovanissima, a soli ventidue anni è rimasta sola con quattro figli. Facendo le pulizie nei fine settimana e lavorando nella libreria dell’università, è riuscita a laurearsi al Wiley College. Successivamente, ha conseguito un master in orientamento scolastico.

Ha insegnato a lungo nelle scuole elementari di Fort Worth, arrotondando con i turni serali in fabbrica, e ha lavorato come assistente sociale scolastica, occupandosi di bambine e bambini a cui mancavano casa, cibo, vestiti e cure mediche.

La pensione è stata l’inizio del suo impegno pubblico. Con l’attivista Lenora Rolla ha contribuito a far nascere la Tarrant County Black Historical and Genealogical Society, per custodire la memoria della comunità nera locale, e per quarant’anni ha organizzato le celebrazioni cittadine del Juneteenth.

Ha sostenuto un banco alimentare e ha dato vita a Opal’s Farm, un orto urbano che rifornisce di verdura fresca centinaia di famiglie ogni settimana.

A ottantanove anni ha deciso che non bastava più.

Nel settembre del 2016 è partita da Fort Worth diretta a Washington, oltre duemila chilometri, per chiedere che il Juneteenth diventasse festa federale. Ha camminato per quattro chilometri al giorno, due miglia e mezzo, tante quanti gli anni trascorsi tra la firma del Proclama e l’annuncio di Galveston, attraversando una città dopo l’altra.

La petizione che ha lanciato ha raccolto oltre un milione e mezzo di firme.

Il 17 giugno 2021, un anno dopo l’uccisione di George Floyd e le proteste che avevano attraversato il paese, il presidente Joe Biden ha firmato la legge che istituisce il Juneteenth National Independence Day, la prima nuova festa federale dopo quella dedicata a Martin Luther King. Lei, che era alla Casa Bianca, accolta da una lunga ovazione, ha ricevuto la prima penna usata per la firma.

Nel 2024 le è stata conferita la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile statunitense, e le chiavi di una casa nuova, costruita per lei sul terreno di quella distrutta nel 1939.

Ha raccontato la sua storia nel libro per l’infanzia Juneteenth: A Children’s Story e continua a battersi per il National Juneteenth Museum, che dovrà sorgere a Fort Worth.

In giugno 2025, convalescente dopo una malattia, non ha potuto guidare la camminata che ogni anno porta il suo nome, e a percorrere le due miglia e mezzo è stata la sua famiglia, insieme alla città.

Il 7 ottobre 2026 Fort Worth ha festeggiato il suo secolo di vita con una serata promossa dal National Juneteenth Museum, ospite d’eccezione è stata Michelle Obama.

Opal Lee ha costretto un paese intero ad ammettere che la sua libertà è nata incompleta, che per milioni di persone è arrivata tardi e che la battaglia per conquistarla è stata ardua e sanguinosa.

Lo ha fatto senza cariche e senza partito, con il corpo di una donna avanti con gli anni che ostinatamente cammina per ricordare che c’è ancora tanto da fare per ottenere diritti fondamentali come il lavoro, la casa, la salute, l’istruzione.

Negli Stati Uniti in cui ancora si moltiplicano i tentativi di cancellare la storia nera, la sua ostinazione a ricordarla è più politica che mai.

Se alle persone si può insegnare a odiare, si può insegnare loro ad amare.

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