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Aline Sitoé Diatta, la Giovanna D’Arco d’Africa

Aline Sitoé Diatta la Giovanna d'Arco africana

Aline Sitoé Diatta è stata l’eroina della resistenza in Casamance, regione meridionale del Senegal.

Viene ricordata come la prima donna senegalese a essersi pronunciata apertamente per l’uguaglianza di tutti gli uomini e le donne, indipendentemente da razza, età, religione e opinioni professate.

Era nata intorno al 1920 a Kabrousse, nella Bassa Casamance. Alla morte del padre era stata adottata dallo zio paterno. Ancora molto giovane aveva lasciato il villaggio natale per andare a Dakar, dove, assunta come domestica da un colono francese, era stata iniziata a un culto della pioggia chiamato Kassarah, di cui era diventata sacerdotessa.

Era una donna che non chinava la testa e interveniva contro le ingiustizie, incoraggiava i propri connazionali alla disobbedienza, a non pagare le imposte, a coltivare il riso invece di accettare il lavoro forzato nelle piantagioni di arachidi, prodotto introdotto dai francesi per far fruttare le esportazioni, e a rifiutare l’arruolamento nell’esercito straniero.

Spingeva il suo popolo alla resistenza e al rifiuto della cultura dei colonizzatori, per tornare alle fonti della cultura autoctona, ed era contraria anche alla cristianizzazione dei Diola, la religione introdotta dagli europei.

Si narrava che facesse miracoli, come far piovere nei periodi di siccità e guarire i malati con l’imposizione delle mani. La sua fama non tardò a spandersi per tutta la regione, tanto che molte persone si mettevano in pellegrinaggio per conoscerla.

Divenne, in seguito, regina della Casamance, e la sua celebrità travalicava i confini del villaggio, veniva chiamata anche la signora di Kabrousse.

Quando i colonizzatori si resero conto del pericolo che poteva rappresentare,  cominciarono a perseguitarla, nonostante predicasse la resistenza passiva.

Venne incarcerata con l’accusa di incitamento alla ribellione e rifiuto dell’ordine stabilito. Quando i soldati francesi arrivarono per catturarla, si trovava in pieno periodo mestruale che per la sua etnia Diola era un periodo impuro durante il quale la donna doveva lasciare il proprio alloggio per dormire in un luogo riservato a questa circostanza. Non trovandola, i militari aprirono il fuoco sulla popolazione e catturarono un’altra donna al suo posto.

La regina si consegnò allora spontaneamente, per evitare che si consumasse una strage di innocenti, e venne condannata a dieci anni di carcere, passando da una prigione all’altra tra Senegal, Gambia e Mali.

È morta il 22 maggio 1944 a Timbuctù, a causa di stenti e torture, si era ammalata di scorbuto e aveva rifiutato ogni cura.

Ancora oggi il popolo Diola, minoranza etnica e religiosa della Casamance, insorge periodicamente contro il governo centrale senegalese e contro i coltivatori di arachidi, non più francesi ma mandinghi musulmani, inalberando il vessillo della regina ribelle.

 

 

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