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Mari Katayama, il corpo come opera d’arte

Mari Katayama

Ho sempre avuto dubbi sull’idea che un corpo naturale fosse realmente più bello di uno artificiale, ma ogni volta che mi trovavo di fronte all’incredibile bellezza della natura, restavo rapita dalla perfezione. Credo che anche il corpo umano abbia la sua sezione aurea, possiamo aggiungere elementi artificiali come le protesi, ma finché siamo in vita quell’equilibrio fondamentale non può cambiare. Ed è lì che risiede la vera bellezza. Per questo artificiale e naturale non sono opposti, ma elementi che possono coesistere in armonia.

Mari Katayama è l’artista multimediale che, esplorando la sua identità in un lavoro di accettazione e consapevolezza, trasforma il suo corpo in un’opera d’arte, in uno strumento di autodeterminazione per ridisegnare la sua esperienza nel mondo.

Stravolgendo i canoni stereotipati della bellezza fisica, invita a riconsiderare e riformulare le forze che li modellano.

Nella sua pratica artistica utilizza fotografia e video, per autoritrarsi insieme a manufatti fatti di stoffa, conchiglie, cristalli, che in molti casi si integrano con il corpo.

È nata in Giappone il 18 luglio 1987, sin dalla nascita aveva i piedi torti e la mano sinistra separata come una chela di granchio a causa dell’emimelia tibiale, malformazione congenita rara che impedisce alle ossa di svilupparsi completamente.

Indossava scarpe speciali fissate alle gambe con dei lacci che non le consentivano di indossare abiti comuni e, presto, incoraggiata dalle donne della sua famiglia, ha imparato a cucire dei vestiti adatti alla sua fisicità con bellezza e uno stile unico.

All’età di 9 anni ha scelto di farsi amputare parte delle gambe per scendere dalla sedia a rotelle e camminare.

In un percorso di totale auto-ridefinizione e grande disciplina, ha deciso di riscrivere il suo corpo.

Ha iniziato quando era ancora al liceo, trasformandosi in una scultura vivente, si faceva fotografare dalla sorella minore e pubblicava le immagini su Myspace, dove ha attirato l’attenzione dello stilista Tatsuya Shimada che ne ha capito il potenziale e la straordinarietà e l’ha voluta per un suo progetto creativo. 

Utilizzando come mezzo creativo la staged photography è partita da autoritratti allestiti nella sua camera da letto per poi, gradualmente, allontanarsi dalla narrazione di sé in una sorta di gioco di ruolo, di interpretazione scenica con immagini glamour e cinematografiche, in un’estetica unica e originale.

L’arte è diventata la sua terapia, la sintesi di tutto ciò che compone la sua vita.

Si è laureata in lettere presso il Dipartimento di Estetica e Storia dell’Arte della Gunma Prefectural Women’s University nel 2010 e, due anni dopo, si è specializzata alla Tokyo University of the Arts.

Le sue opere sono state esposte in numerose collettive, a partire dalla Biennale per giovani artisti di Gunma nel 2005, quando aveva 18 anni.

Ha partecipato alla Triennale di Aichi del 2013 e, l’anno seguente, tenuto la prima personale, dal titolo You’re Mine.

Nel 2017 è arriva la consacrazione istituzionale con la retrospettiva (1987-2017) al Gateau Festa Harada e la mostra On the Way Home al Museum of Modern Art di Gunma.

Da allora ha esposto in diversi paesi del mondo e nel 2019 è stata presente alla Biennale di Venezia.

I suoi lavori sono nelle collezioni di celebri istituzioni come la Tate Modern Gallery e il Princeton University Art Museum.

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