Alle future ricercatrici dico: abbiate coraggio, perseveranza e resistenza. Non tiratevi indietro alla prima difficoltà.
Maria Chiara Bonini è immunologa e professoressa ordinaria di Ematologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il cui lavoro sta cambiando la storia della medicina in uno dei campi più innovativi della lotta contro il cancro. Insieme al suo staff ha sviluppato una terapia che modifica geneticamente alcuni linfociti T del sistema immunitario per renderli capaci di riconoscere e uccidere selettivamente le cellule tumorali, un approccio chiamato TCR gene editing.
Nata il 21 agosto 1969 a Padova, è cresciuta ad Aosta, dove il padre Pierangelo Bonini, si era trasferito per diventare primario di medicina di laboratorio prima di ottenere il primariato all’ospedale San Raffaele di Milano, trasferendo la famiglia nel quartiere residenziale di San Felice, a Milano, dove Chiara ha frequentato il liceo scientifico.
Si è laureata in Medicina con lode e menzione d’onore a Milano nel 1994 e si è specializzata in Ematologia a Pavia, sempre con lode, restando poi a Seattle dal 1998 al 2000 per seguire un programma di ricerca sull’immunoterapia dei linfomi nel laboratorio di Philip Greenberg.
Il progetto che oggi la rende nota a livello internazionale è nato quasi per caso, durante un convegno internazionale: ha ascoltato la relazione di due luminari, uno che parlava delle difficoltà di accoppiamento dei recettori nella terapia genica, l’altro di una terapia contro l’Hiv basata sulla distruzione e sostituzione di alcuni geni in vitro, e ha intuito che la tecnica del secondo avrebbe potuto risolvere il problema del primo.
Poco dopo ha aperto la propria linea di ricerca. Il metodo che ha messo a punto prevede di prelevare i linfociti dal paziente, eliminare in vitro i recettori delle altre infezioni e introdurre soltanto quelli mirati al tumore, così da avere la massima efficacia e da evitare, nella maggior parte dei casi, le recidive.
È Professoressa Ordinaria di Scienze Tecniche Mediche Applicate alla Facoltà di Medicina e Chirurgia del San Raffaele di Milano e responsabile dell’Unità di Ematologia Sperimentale dello stesso ospedale.
Quando la sua ricerca è stata resa pubblica, ha conquistato le prime pagine di testate internazionali come Time, Times, Bbc Radio, Guardian, Independent e Telegraph, arrivando fino al Giappone.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui lo Young Investigator Award dell’American Society of Cell and Gene Therapy nel 2005, il Team Science Recognition Award dell’International Society for Biological Therapy of Cancer nel 2010, il Van Rood Award della European Federation of Immunogenetics nel 2012, dalla European Society of Bone Marrow Transplantation il Jon Van Rood Award nel 2012, il Basic Science Award nel 2014 e il Van Bekkum Award sia nel 2012 sia nel 2016, e più di recente il Mechtild Harf Science Award.
Nel 2024 la European Society of Gene & Cell Therapy le ha conferito l’Outstanding Achievement Award per i suoi contributi alla terapia genica e cellulare applicata al trattamento dei tumori, ritirato nell’ottobre di quello stesso anno a Roma, in occasione del meeting annuale della società.
Ha fatto parte del comitato direttivo di numerose società scientifiche di terapia genica e cellulare in Europa e negli Stati Uniti, presiedendo dal 2014 al 2018 il Cell Therapy and Immunobiology Working Party della European Bone Marrow Transplantation Society.
Dal 2021 è membro del consiglio direttivo della European Hematology Association, dal 2023 presiede il comitato Immunotherapy and CAR T cells dell’European Society of Gene & Cell Therapy, fa parte del comitato editoriale di Blood Cancer Discovery e del Pezcoller Symposia Scientific Standing Committee, ed è oggi membro dell’ASH Awards Committee e del TRTH Joint Oversight Subcommittee, condiviso tra la European Hematology Association e la American Society of Hematology.
Dal 2022 coordina anche il percorso di formazione traslazionale dell’International MD Program dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
Pur avendo ricevuto proposte di contratti e cattedre negli Stati Uniti, ha scelto di restare in Italia, e ha spiegato questa scelta con due ragioni: una privata, legata alla nostalgia che sentiva in America per il proprio paese, e una più profonda, professionale, legata alla possibilità che il San Raffaele le ha offerto di gestire in autonomia un proprio laboratorio, in un centro d’eccellenza dove il merito resta l’unico criterio che conta e dove è possibile portare avanti la ricerca di laboratorio insieme alla cura diretta dei pazienti.
A lei va un profondo ringraziamento per la cura e la dedizione che infonde quotidianamente nel proprio lavoro.
Un buon ricercatore deve avere ottime capacita logiche, grande motivazione e un tarlo fisso: quello della curiosità scientifica che non ti fa dormire finché non hai letto quell’ultima ricerca.















