Penso che esista un’arte che si connette ai problemi, alle crisi della vita, e un’altra arte che non lo fa; a me interessa l’arte comunitaria, capace di dare corpo ad altri corpi e di dare spazio ad altre voci.
Irasema Fernández, scrittrice, artista visiva e attivista femminista, porta le sue battaglie fuori dai libri e dagli schermi, sui muri, sui pali e sui marciapiedi delle periferie di Città del Messico.
I suoi murales, quasi sempre in bianco e nero, sono dipinti in contesti caratterizzati da ruderi grigi di una provincia urbana che pare perennemente bombardata. Sono raffigurazioni in negativo di una realtà pronta a confessarsi: corpi di donne che si baciano avvinghiati da una tropicale vegetazione sbiancata e poi una sottile presenza animale, maschere di animali nudi su genitali femminili.
Nata nel 1990 a Città del Messico, ha studiato Lingua e Letteratura spagnola alla Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università Nazionale Autonoma del Messico.
Il suo lavoro si muove nell’incontro tra scrittura e arti visive: scrive soprattutto diari, elenchi, saggi, e li porta fuori dalla pagina. Nel progetto Narrativas móviles trascrive frammenti dei propri diari su carta velina e li lascia su muri, pali, cancelli e marciapiedi di zone periferiche, per aprire un dialogo con chi quei luoghi li attraversa ogni giorno.
Il suo attivismo, racconta, è nato da un disagio fisico prima ancora che politico: “L’attivismo è cominciato quando ho iniziato a sentire il corpo a disagio, quando qualcosa ha smesso di tornare, grazie ad altre amiche che avevano scoperto testi e pratiche legate al femminismo. C’è un femminismo che ci arriva dall’accademia, ma c’è anche uno che si sperimenta nel corpo, più facile da capire perché riconosci tutte le violenze e guardi indietro, e cominci a dare un nome a tante cose che non lo avevano mai avuto, ma che ti erano successe fin da bambina“.
Portavoce del collettivo di serigrafia riso autogestito SARA (Sociedad Anónima de Reproducción Autogestiva), fa parte di un collettivo di artiste che si chiama Mujeres desde la periferia che lavora principalmente nell’Estado de México, una delle regioni con il più alto tasso di femminicidi.
I suoi interventi nello spazio pubblico affrontano la violenza di genere, la sorellanza, l’autoerotizzazione, il diritto alla protesta e i diritti delle persone LGBTQ+, cercando di raggiungere soprattutto le periferie, gli spazi rurali e le comunità indigene.
Nel 2021, insieme ad altre attiviste, ha ricevuto il Rapid Response Fund della Avina Americas Foundation per il progetto ¡No me cuidan!, rivolto a donne di tutto il Messico per denunciare e prevenire la violenza istituzionale maschilista, quella commessa da chi dovrebbe proteggerle.
Ha ricevuto due borse del Fondo Nazionale per la Cultura e le Arti del Messico (FONCA), per il racconto breve nel 2018 e per il romanzo nel 2021, ed è stata invitata dall’Hay Festival Querétaro, nel 2020, a tenere una masterclass sull’arte urbana come strumento di immaginazione politica.
Nel 2024 ha ottenuto una borsa della Akademie Schloss Solitude, in Germania.
Ha partecipato a diverse manifestazioni contro la violenza di genere per riappropriarsi degli spazi pubblici contro la paura e l’isolamento.
Vicina all’orbita di Mujeres Juntas Marabunta, la rete di circa centocinquanta donne dell’editoria messicana nata dall’hashtag #MeTooEscritoresMexicanos per denunciare abusi e violenze subiti a ogni livello dell’industria editoriale, condivide il senso del suo nome: un rovesciamento del detto Mujeres juntas ni difuntas, “le donne assieme manco morte”, il luogo comune sulla rivalità femminile che è da sempre una strategia vincente del patriarcato. Le marabunta sono formiche guerriere, diffuse soprattutto in Sudamerica, che si muovono in colonie enormi e divorano tutto ciò che incontrano.
Irasema Fernández è autrice di Qué belleza e Tu fantasma en mi cabeza, e produce anche una piccola rivista, FanzinA, un dazebao portatile a metà tra antologia e vademecum, con slogan per le manifestazioni femministe.
Crede che il femminismo debba intrecciarsi con altre forme di lotta e di pensiero, crede nella collaborazione con altre attiviste e in una cura reciproca che vive fuori dai musei, nelle strade dove passa davvero la vita della maggior parte delle persone.
Per me l’arte consiste nel creare spazi sicuri per chi non li ha.















