Se faccio notizia, significa che siamo ancora indietro.
Sara Mourchid, avvocata italiana, è stata la prima donna abilitata all’esercizio della professione forense a indossare l’hijab, il velo islamico più diffuso e comune.
I suoi genitori sono arrivati dal Marocco negli anni Settanta, quando emigrare era un percorso simile a quello di chi si spostava dal sud Italia verso il nord.
Sara Mourchid non si era mai sentita straniera, fino al giorno della laurea. Aveva scritto una tesi sulle primavere arabe e durante l’esame, un professore le ha chiesto se a Tunisi si sarebbe mai potuta costruire la basilica di San Pietro. Lei ha risposto che non era più difficile che costruire una moschea in Italia. Lo scambio si è trasformato in una discussione pubblica, finita sui giornali, conclusa poi con le scuse del rettore.
Indossa il velo per sua scelta personale, a partire dai ventisette anni.
Nel gennaio 2018 un’altra giovane praticante di Bologna, era stata fatta allontanare da un’aula di tribunale cittadina proprio per l’hijab che indossava. Un episodio che Sara Mourchid ha citato più volte come esempio delle resistenze ancora presenti verso il costume religioso nelle aule di giustizia italiane.
Sara Mourchid ha scelto di dedicarsi soprattutto ai temi dell’accoglienza, collabora con una cooperativa impegnata su questo fronte, con l’obiettivo dichiarato di portare nelle aule messaggi diversi da quelli che, ha detto, arrivano spesso dalla politica.
Sara Mourchid è una donna colta, istruita, aperta ed emancipata, che indossa con orgoglio il suo hijab che non dovrebbe dare fastidio o nuocere a nessuno e nessuna.
Spera che un giorno questo foulard sul capo smetta di creare sospetto e segregazione in chi non lo porta. È un accessorio, con cui si sente più a suo agio, potrebbe non farlo, ma a quanto pare una donna con il velo in un’aula di tribunale italiana, è ancora vista come qualcosa di sorprendente. Le cose non cambiano mai senza l’esempio di persone che rompano gli schemi.
Indossare il velo è una scelta di libertà, esattamente come non farlo. Non giudico e non vorrei esser giudicata. Sono scelte intime, tra se stessi e il proprio dio.















