Le Mino del Dahomey, conosciute anche come le Amazzoni del Benin, sono state un temutissimo esercito di donne che nel diciannovesimo secolo arrivò a contare fino a seimila unità, guerriere armate di machete, fucili e cannoni, costituitosi come corpo di guardia del re.
Combattevano raramente, ma valorosamente, e ubbidivano a una sola regola: uccidere senza preoccuparsi della propria vita.
Il nucleo originario di questo corpo era rappresentato dalle gbeto, coraggiose cacciatrici di elefanti che il re Houegbadja, terzo sovrano del regno, aveva organizzato in una squadra dedita alla caccia grossa. Sarebbe stata sua figlia, la regina Tassi Hangbè, sorella gemella del futuro re Houessou Akaba, a trasformare quel nucleo in una vera guardia del corpo femminile armata professionalmente, anche se alcune fonti storiche contestano l’esistenza stessa di questa regina, arrivando persino a metterne in dubbio la storicità.
Secondo la tradizione, durante una battaglia contro il popolo degli Ouèmènou, Tassi Hangbè si era travestita da suo fratello gemello, morto in combattimento, e aveva preso il comando dell’esercito al posto suo. Quella scelta, però, le sarebbe costata il trono, perché i sostenitori del fratello minore l’avrebbero costretta ad abdicare, imponendo lui al suo posto e cancellando persino il nome di Tassi Hangbè dalla lista ufficiale dei sovrani del regno.
Mino, in lingua fon, significa “madri”, ma anche “mogli”: le guerriere venivano consacrate al re, che le chiamava ahosi, le sue “mogli”, ed erano tenute a proteggerne il trono restando rigidamente nubili.
L’addestramento delle Mino, che tanto aveva impressionato esploratori e missionari occidentali, era crudele e intenso, pensato per rendere le future guerriere insensibili al dolore e alla fatica. Si trattava di un vero e proprio noviziato spartano, che si chiudeva con una settimana da trascorrere nella savana, munite solo di un machete e di una manciata di viveri.
Fu sotto il regno di Ghezo, che governò dal 1818 al 1858, che l’esercito femminile assunse pienamente una struttura militare, organizzata in sei reggimenti distinti tra cacciatrici gbeto, fuciliere, arciere, reparti d’assalto e cannoniere.
Uno dei pochi nomi rimasti nella storia di questo corpo armato al femminile è quello di Seh-Dong-Hong-Beh, che nel 1851 guidò l’assalto di seimila guerriere contro la fortezza di Abeokuta, nel tentativo di procurare nuovi schiavi da destinare alla tratta con i paesi occidentali. Fu quell’assalto, tramandato anche attraverso le litografie dell’epoca che la ritraevano con lo sguardo fermo e la mascella contratta, a renderla leggendaria.
L’esercito si era costituito per varie ragioni, prima fra tutte la tratta degli schiavi, che aveva portato a una vera e propria esuberanza numerica di donne rispetto agli uomini nel regno.
Spesso si entrava a far parte del corpo per scelta, considerata la via più breve per ottenere un nuovo status sociale e l’unico modo per essere riconosciute pari agli uomini, tanto che le Mino, come i dignitari di corte, venivano ammesse al consiglio del regno ed erano interpellate anche su questioni di politica estera.
Nei ranghi si trovavano però anche donne ribelli, considerate ingestibili da padri e mariti, e prigioniere di guerra, per le quali le uniche alternative possibili erano la milizia o la morte.
Il 26 ottobre 1892 le Mino, al servizio del re Béhanzin, bloccarono per quattro ore l’avanzata dell’esercito francese intenzionato a occupare il regno. Le Amazzoni si vedevano morire l’una accanto all’altra, ma continuavano a resistere senza fuggire. La Francia riuscì comunque a sconfiggere il Dahomey e a porlo sotto il proprio protettorato il 17 novembre 1894, una sconfitta che segnò la fine sia delle Mino sia del regno indipendente del Dahomey.
Il corpo venne smantellato, e le sue guerriere, private del proprio status e della propria identità, furono costrette a tornare a una vita ordinaria fatta di compiti domestici e subordinazione familiare, un ritorno che per molte di loro rappresentò un trauma non meno duro delle battaglie combattute.
L’ultima Mino, Nawi, sarebbe morta nel 1979, all’età di cento anni.















