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Lidia Poët, la prima donna a essere iscritta all’Albo degli Avvocati di Torino dopo 30 anni di lotta

Lidia Poët, la prima donna a essere iscritta all’Albo degli Avvocati di Torino dopo 30 anni di lotta

Lidia Poët, nata nel 1855, è stata la prima donna a essere iscritta all’Albo degli Avvocati di Torino e anche una delle prime donne in Italia a laurearsi in giurisprudenza. 

Verrà ricordata per l’ostinata determinazione con cui difese per lunghi anni il suo diritto di esercitare la professione di avvocata.

Alla sua laurea, conseguita nel 1881 a Torino con il massimo dei voti, con una tesi sulla condizione femminile nella società del tempo e sul diritto di voto della donna in Italia, diede ampio risalto il giornale femminile militante dell’epoca, «La donna».

Dopo la laurea, Lidia Poët svolse per due anni la pratica forense, indispensabile per il superamento degli esami da procuratore legale. Appena superato l’esame chiese l’iscrizione all’Albo degli avvocati e dei Procuratori legali.

La richiesta fu accolta a maggioranza dai Consiglieri dell’Ordine ma non condivisa totalmente, al punto tale da essere messa in discussione dal Procuratore generale e, denunciata dallo stesso, dinnanzi alla Corte di Appello di Torino.

Il Procuratore generale sosteneva, infatti, la necessità di escludere Lidia Poët, in quanto donna, dall’assunzione delle vesti di Avvocata e, conseguentemente, dallo svolgimento della professione, ricordando l’esistenza di un divieto per le donne di rivestire uffici pubblici, tra i quali, appunto, veniva fatta rientrare l’avvocatura.

La denuncia venne accolta dalla Corte di Appello la quale, pronunciandosi sulla questione, ritenne importante sottolineare sebbene le leggi non vietassero esplicitamente alle donne di entrare a far parte dell’avvocheria sarebbe stato, comunque, «disdicevole vederle subentrare nella cosiddetta “palestra forense” e vederle agitarsi in mezzo a pubblici giudizi e discussioni e precisando che la toga e il tocco non potevano essere accostati ad abbigliamenti bizzarri e strane acconciature quali quelle appunto prettamente femminili» e, inoltre, che la presenza di una donna nelle aule dei tribunali avrebbe messo in discussione la «serietà dei giudizi e gettato discredito sulla stessa magistratura».

Quindi, la richiesta venne annullata e il nome di Lidia Poët venne cancellato dall’albo. Ma lei non si arrese e presentò ricorso alla Corte di Cassazione, che confermò quanto addotto dalla Corte di Appello; ragion per cui ella non poté esercitare la professione di Avvocato.

Dovette attendere quasi 30 anni per ottenere il riconoscimento pieno del titolo e l’iscrizione all’albo degli Avvocati. Ma in quei trent’anni non smise mai di occuparsi di ciò che le stava a cuore collaborando col fratello maggiore e divenendo attivista dei diritti delle donnedei minori e degli emarginati.

Nel 1883, a Roma, prese parte al Primo Congresso Penitenziario Internazionale, mentre nel 1890 venne ufficialmente invitata a San Pietroburgo come delegata al Quarto Congresso Penitenziario Internazionale in rappresentanza dell’Italia.

A Parigi venne nominata Officier d’Academie.

Durante la Prima Guerra Mondiale lavorò, poi, come infermiera ricevendo, in segno di riconoscimento, una medaglia d’oro per l’opera svolta.

Lidia non credeva più, ormai, alla possibilità di ottenere il pieno riconoscimento del titolo di “Avvocata”, ma il 17 luglio del 1919  venne emanata la Legge Sacchi (L. 1179/1919) con la quale venne consentita alle donne la possibilità di ricoprire cariche pubbliche e di iscriversi anche all’albo degli avvocati.

All’età di 65 anni Lidia Poët vide il suo sogno realizzarsi.

Oggi Lidia Poët viene ricordata per la tenacia con la quale difendeva i diritti  umani e soprattutto ciò in cui fermamente credeva, ovvero il suo sogno più grande, la sua massima aspirazione di vita che era, appunto, quella di diventare avvocata, di vedere riconosciuto ciò che in lei era già presente da tempo, ciò che forse era innato.

Di Lidia Poët ha colpito, e colpisce a distanza di un secolo, la sua determinazione nell’affermare e nel sostenere la parità di diritti, e ancor prima la parità dei sessi. Di lei colpiscono l’amore e la passione che nutriva per ciò che faceva; l’intensità con la quale credeva che le cose potessero cambiare; il coraggio di non arrendersi mai, dinnanzi a nulla, anche dinnanzi a ciò che appare impossibile.

#unadonnalgiorno

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