Provare a toccare corde profonde è ciò su cui verte il mio lavoro.
Lili Refrain, compositrice, polistrumentista e performer, da sola, sul palco, costruisce un’intera orchestra. Sovrappone in tempo reale chitarra elettrica, voce, percussioni e sintetizzatori attraverso le loop station, senza computer né tracce pre-registrate.
Si definisce semplicemente una musicista, eppure i suoi concerti somigliano a riti collettivi. La ripetizione ipnotica dei suoni accompagna chi ascolta verso qualcosa di antico e condiviso.
È nata a Roma, città che, racconta, le ha insegnato che nessuno regala niente e, insieme, le ha educato lo sguardo alla bellezza. A quattordici anni ha preso in mano la chitarra e ha imparato da autodidatta, imitando le chitarre che amava nei dischi. In quello strumento ha trovato un canale di sfogo che non ha più abbandonato. Per questo ripete spesso che la musica le ha salvato la vita.
Dopo un anno di psicologia ha studiato al DAMS, specializzandosi in musica. Le lezioni di Egidio Pozzi, che arrivava in aula con uno stereo e le partiture, le hanno spalancato il Novecento. Ha scoperto così Stravinskij, Stockhausen, Cage e il minimalismo. Si è poi appassionata a György Ligeti, su cui in Italia si trovava pochissimo. Ha tradotto da sola gli articoli e ne ha ascoltato ogni composizione.
Proprio su Ligeti e sulla gestualità musicale voleva scrivere la tesi. Il docente subentrato, però, era uno specialista del melodramma con cui si era già scontrata a lezione. L’ha quindi respinta, giudicandola troppo sperimentale per chi non veniva dal conservatorio.
Era il 2007 e tutto sembrava andare storto. Lavorava senza sosta in un ristorante e quel rifiuto l’aveva lasciata mortificata. A darle coraggio è stato il padre, che le ha chiesto quale fosse il suo sogno più grande e le ha ricordato che di vita ce n’è una sola. Ha così lasciato l’università, proseguendo gli studi da sola, e si è consacrata alla musica.
All’inizio registrava nella sua stanza, sovrapponendo piste su nastro per esorcizzare quello che le era successo. La loop station è arrivata in regalo dal compagno di allora, il fotografo Francesco Viscuso. È stato sempre lui ad aprirle una pagina su MySpace, dove l’ha notata il compositore Cristiano Serino. Quest’ultimo l’ha invitata a dare voce alla tentazione luciferina in una performance a San Giovanni in Laterano. L’esibizione ha subito la censura per blasfemia, ma lei l’ha considerata una grandissima vittoria.
Con chitarra elettrica, voce e loop registrati dal vivo, Lili Refrain ha mescolato psichedelia, folk, blues, metal, minimalismo e canto lirico. I suoi brani crescono strato su strato. Il primo disco, Lili Refrain, è uscito autoprodotto in copie fatte a mano. Sono seguiti 9, che considera un’autobiografia sonora, e Kawax, che ha inaugurato il lungo sodalizio con l’etichetta romana Subsound Records. Alcune sue composizioni sono entrate anche nelle colonne sonore di film, documentari e spettacoli teatrali.
La curiosità l’ha portata presto lontano dalla sua città natale. Per diversi anni ha vissuto in Sicilia, dove il canto di Rosa Balistreri le ha rivelato le stratificazioni arabe, greche e normanne della musica del sud. Ascoltando i cori sardi, vi ha riconosciuto sorprendenti affinità con i canti mongoli e tuvani. Cerca punti di contatto tra culture distanti, convinta che le cose che ci accomunano siano molte più di quelle che ci dividono.
Dopo anni di concerti ha sentito il bisogno di esplorare altre frequenze. Alle stratificazioni di chitarre e voci ha aggiunto prima le percussioni e poi i sintetizzatori. Questa evoluzione graduale, maturata soprattutto dal vivo, è confluita in Ulu.
Aveva praticato a lungo il kung fu quando, a un concerto, ha visto suonare per la prima volta il taiko. Il tamburo giapponese richiede un duro allenamento fisico, perché unisce le forme delle arti marziali all’impatto sulla pelle dello strumento. Vi ha riconosciuto l’incontro delle sue due grandi passioni e ha iniziato a studiarlo.
Nel frattempo ha esplorato registri vocali nuovi, ispirandosi ai canti giapponesi, sardi e bulgari oltre che alla lirica. È arrivata fino al canto di gola, approfondito con Sainkho Namtchylak, la pioniera tuvana che ascoltava da ragazza. Non usa parole, perché vuole che la voce resti un gesto libero. Per anni, tuttavia, l’aveva tenuta ai margini, sentendosi messa a nudo. Ha dovuto lavorare a lungo su di sé per riuscire a cantare senza piangere.
È nato così Mana. Il titolo è una parola di origine polinesiana che indica una forza sacra e impersonale, capace di attraversare esseri viventi, oggetti e luoghi. Era entrata in studio con otto brani ancora costruiti sulla chitarra, ma si è accorta che si stava ripetendo. Ha quindi ricominciato da capo, togliendosi lo strumento di mano. I titoli dei brani attingono alle arti marziali e alle mitologie greca, africana e polinesiana.
La ricerca di Lili Refrain invita a ripensare l’idea stessa di potenza. La scena della musica pesante, infatti, ha avuto a lungo un racconto dal lessico muscolare e maschile. Lei vi ha portato una forza diversa, che non ha bisogno di una band né di un genere a cui appartenere.
Scrive, suona, canta e governa da sola ogni suono, facendo dell’autonomia creativa un atto di autodeterminazione. Il corpo, allenato come quello di un’atleta, diventa a sua volta uno strumento tra gli strumenti. Intrecciando tradizioni lontane tra loro, restituisce infine alla musica la funzione di rito, in cui chi suona e chi ascolta si trasformano insieme.
Con Mana è approdata ai più prestigiosi festival europei, come Roadburn, Hellfest e Desertfest. Ha inoltre attraversato a lungo l’Europa e il Regno Unito, da sola e in apertura dei concerti di Heilung, The Cult, Death Cult, Eivør e Kalandra.
Nel 2026 ha pubblicato Nagalite, sesto album in studio, una suite in quattro movimenti interamente scritta ed eseguita da lei. Il titolo fonde il sanscrito naga, il serpente custode di un’antica conoscenza, con il greco lithos, la pietra che resiste oltre lo spazio e il tempo. Lo descrive come un totem, una speranza di trasformazione e di rinascita in risposta ai tempi bui che stiamo vivendo.
Le onde sonore, il suono della musica, sono già di per sé una specie di linguaggio, una forma di comunicazione molto più profonda di quello che possono essere le parole in sé. Un tipo di dialogo che si lascia riverberare, ogni frequenza può arrivare in punti diversi della tua percezione sonora, ma anche proprio fisica.















