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Liliana Cavani la regista della storia

Liliana Cavani regista italiana

Liliana Cavani è una regista e sceneggiatrice italiana.

Nata a Carpi, in provincia di Modena, il 12 gennaio 1933. Cresce con i nonni, in un ambiente familiare in cui il padre, architetto mantovano, è assente, Liliana infatti nella sua vita sceglierà di mantenere il cognome materno Cavani. Sua madre è un’appassionata di cinema dove la porta tutte le domeniche.

Si laurea in Lettere Antiche a Bologna nel 1959. Negli anni dell’università fonda a Carpi, con alcuni amici, un cineclub che le permette di vedere e di far vedere i film che non arrivano nel paese. Dopo la laurea, a Roma, frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia, corso di regia. Ottiene il diploma coi corti Incontro notturno e La battaglia, sul tema del razzismo con cui vince il “Ciak d’oro”.

Mentre frequenta la scuola di cinematografia, vince un concorso Rai che la inserisce in un gruppo di funzionari animati dal desiderio di raccontare agli italiani, attraverso i documentari, la storia contemporanea e la realtà sociale del Paese. Firma così lavori che vanno dalla Storia del Terzo Reich a La donna della Resistenza.

Subito dopo realizza Francesco d’Assisi, il primo film prodotto dalla Rai, con Lou Castel. Lo stile del film è aspro e forte, caratterizzato da un linguaggio già sperimentato nelle inchieste. Il film ottiene un grande successo, ma scatena anche molte reazioni (compresa un’interpellanza parlamentare del MSI), soprattutto per il modo del tutto originale di rappresentare il santo. Partecipa al Festival di Venezia fuori concorso nel 1966.

Nel 1968, dirige Galileo, con cui mette a fuoco il conflitto seicentesco tra scienza e religione; tema capitale al centro di un dibattito mai risolto del tutto. Il film è censurato dalla Rai perché considerato anticlericale. Non fu mai trasmesso. Presentato in concorso a Venezia, Galileo ebbe successo, e trovò una distribuzione.

Nel 1969 porta sullo schermo I Cannibali ispirato all’Antigone di Sofocle, il film racconta la lotta di una ragazza contro l’autorità che impedisce di seppellire i corpi dei ribelli uccisi dalla polizia, affinché servano da monito per i cittadini. Il film pone con forza e passione il conflitto tra pietà e legge, è radicato nel contesto storico e politico di quegli anni nei quali veniva posto da più parti il tema della “umanizzazione” del potere.

Nel 1971 dirige L’ospite, un film sul disagio mentale in cui si racconta la storia di una donna ricoverata in un manicomio che, una volta uscita, cerca invano di inserirsi nella società. Film “pre-riforma” Basaglia raccontato con un impronta da cinema-verità, vuole cogliere il disagio estremo di un’istituzione che somiglia non poco ai lager.

Nel 1972 Liliana Cavani si appassiona ad un testo classico della letteratura tibetana, Milarepa, mistico del X° secolo. Il film mette in scena con rigore l’estraneità di una cultura diversa dalla nostra e che tuttavia coincide nel bisogno universale di chiarire la propria ragion d’essere.
Con Il portiere di notte (1973) si concentra sull’indagine dell’ambiguo rapporto tra vittima e carnefice. La rottura dello schema del racconto tradizionale cinematografico, che in genere non ammette che il protagonista possa essere un nazista, un “eroe” del male, ha provocato al film polemiche infinite, soprattutto in Francia.

Nel 1977  termina Al di là del bene e del male, film che racconta le ultime vicende della vita di Nietzsche focalizzandosi sul suo rapporto sentimentale con Lou Andreas-Salomè. Il film fece molto discutere ed ebbe problemi di censura in Italia a causa di alcune scene ritenute “spinte”.

Nel 1980 esce La pelle, liberamente ispirato al romanzo di Malaparte, il film vuole essere la fotografia del degrado di una città prima sconvolta dalla guerriglia, e poi occupata. L’idea centrale è la dimostrazione che da sempre a perdere le guerre sono soprattutto donne e bambini. Tra gli interpreti Marcello Mastroianni, Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Carlo Giuffrè, Peppe Barra e un vasto numero di attori napoletani. Il film ha un grande successo di pubblico (vince il Biglietto d’Oro) e va in concorso a Cannes.

Nel 1985 la regista dirige Interno berlinese ispirato al romanzo di Junichiro Tanizachi, La croce buddista. Con questo film Liliana Cavani termina quella che lei considera la “trilogia tedesca”, intendendo tre lavori fondati su quel Novecento germanico che ha impregnato a fondo la cultura d’Europa. Cifre, gesti e simboli di culture diverse (Germania e Giappone) che si attraggono perché tenacemente resistenti alla modernità. Il film è presentato in concorso al Festival di Berlino.

Nel 1989, si conclude il film Francesco. La regista realizza il desiderio di tornare sulle tracce di quel personaggio che non aveva mai dimenticato. L’intento è quello di “andare più a fondo – dichiara la regista – nell’analisi di un’esperienza umana così speciale e nella sua specificità tanto inattuale da essere sempre attuale“. Il protagonista è Mickey Rourke con Helena Bonham Carter. Il film ha successo di pubblico e va in concorso a Cannes.
Dove siete, io sono qui? del 1993 ci porta nel difficile mondo dell’handicap. La regista racconta, attraverso la storia di due giovani sordomuti, che comunicare senza parole può significare altra ricchezza.

Nel 2002 dirige Il gioco di Ripley tratto dal romanzo di Patricia Highsmith. Ripley è un personaggio dotato di puro cinismo, ma ricco di leggerezza e di amore per le cose belle — oggetti o case — per ottenere le quali non bada a scrupoli. Ha avuto particolare successo in Inghilterra. È stato presentato fuori concorso a Venezia.

Dall’incontro con Claudia Mori nascono due lavori per il settore Fiction della Rai. Nel 2005 esce De Gasperi, l’uomo della speranza, dedicato allo statista democristiano, e nel 2008 Einstein.

Dal 1996 al 1998 è stata consigliera di amministrazione della Rai.

Nel 2001 riceve a Roma la Laurea Honoris Causa dall’Università LUMSA (Libera Università Maria SS. Assunta).

Oltre che al cinema e in tv Liliana Cavani è attiva anche in teatro. Dirige numerose opere liriche per il Maggio Musicale Fiorentino e il Ravenna Festival, oltre che per teatri come l’Opéra di Parigi e il Teatro alla Scala di Milano. Su quest’ultimo palcoscenico ha diretto, fra l’altro, “La Traviata” e “Un ballo in maschera”, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario di Giuseppe Verdi.

Nel 2012 è stata insignita del David di Donatello alla carriera; nello stesso anno ha presentato fuori concorso alla 69a edizione della Mostra del cinema di Venezia il documentario Clarisse.

Nel 2012 gira per la tv “Mai per amore – Troppo amore“. Due anni dopo, nel 2014, è la regista di un film tv intitolato “Francesco“: si tratta della sua terza opera incentrata sul santo.

Nel 2016 C. ha debuttato nella regia teatrale con la commedia Filumena Marturano, in scena al Festival dei due mondi di Spoleto.

Nel 2018 ha ricevuto il Premio Bresson nell’ambito della 75a edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Liliana Cavani ha un amore spropositato per la storia, un amore che diventa riflessione sul male, sulla rimozione, sull’intolleranza. Che la porta a evidenziare la banalità della somatizzazione, il piacere della risata e anche la necessità della solitudine. 

Ho voluto raccontare la mia epoca che emergeva da una guerra terrificante che tutti volevano dimenticare: nessuno voleva punire i colpevoli che non erano andati su un altro pianeta, erano rimasti fra di noi.

#unadonnalgiorno

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