Renata Fonte, politica e ambientalista, ha pagato con la vita il suo impegno civile.
Era assessora comunale quando, nel 1984, è stata uccisa per essersi opposta alla speculazione edilizia su Porto Selvaggio, nel Salento.
Nata a Nardò, in provincia di Lecce, il 10 marzo 1951, aveva militato nel Partito Repubblicano Italiano ed era diventata consigliera comunale del proprio paese natale alle elezioni amministrative del 1982. Prima donna a ricoprire la carica di assessora, con delega alla cultura e alla pubblica istruzione.
Si era distinta per l’impegno nella difesa del territorio, in particolare di Porto Selvaggio, l’oasi di pineta e macchia mediterranea che si affaccia sul mare a nord di Santa Caterina, allora minacciata dalla speculazione edilizia e diventata parco naturale nel 1980.
La notte del 31 marzo 1984, mentre rientrava a casa dopo una seduta del consiglio comunale, venne raggiunta da tre colpi di pistola, al collo, al braccio sinistro e al petto, esplosi da due sicari nella Galleria De Benedittis, nel centro di Nardò. Era morta durante il trasporto in ospedale, aveva appena compiuto trentatré anni.
Le indagini individuarono negli esecutori materiali Giuseppe Durante, elemento di spicco della Sacra Corona Unita, e Marcello My, e negli intermediari Mario Cesari e Pantaleo Sequestro. A ordinare l’omicidio era stato Antonio Spagnolo, collega di partito di Renata Fonte e primo dei non eletti alle stesse elezioni del 1982 che era subentrato al suo posto in consiglio comunale e aveva ricevuto la sua delega come assessore.
Il processo di primo grado, davanti alla Corte d’Assise di Lecce, aveva condannato all’ergastolo Spagnolo come mandante e Durante come esecutore materiale, a ventiquattro anni Cesari e My, a diciotto anni Sequestro. Le condanne vennero confermate in appello e in Cassazione.
I giudici avevano descritto Spagnolo come «un uomo capace di passare, letteralmente, sul cadavere del suo avversario pur di raggiungere un obiettivo».
Nel 2002 il Ministero dell’Interno ha riconosciuto ufficialmente Renata Fonte come vittima di mafia, il suo è stato il primo omicidio della Sacra Corona Unita nel Salento.
Determinata e incorruttibile, Renata Fonte ha pagato con la vita la scelta di non piegarsi, nonostante avesse già subito minacce e intimidazioni.
Il suo nome è oggi legato a una piazza e a un’aula consiliare a Nardò, a una stele nel parco di Porto Selvaggio, e alla Rete Antiviolenza Renata Fonte, nata dalla collaborazione tra il Ministero dell’Interno e quello delle Pari Opportunità.
Le è stata anche dedicata un’orchidea selvatica del Salento e la scuola di politica della Fondazione Benvenuti in Italia.
La sua storia è stata raccontata in due libri, in un film e in una fiction televisiva, ma resta scomoda ogni volta che qualcuno prova a ridurla a un episodio isolato invece che a un capitolo della storia della criminalità organizzata nel Salento.
Continuare a raccontare la sua storia per intero, mafia compresa, è l’unico modo che abbiamo per impedire che la sua morte torni a essere archiviata come un fatto isolato.
Dal suo sacrificio, nel 2006 è stato istituito il Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano, inserito dal Fondo per l’Ambiente Italiano nell’elenco dei «100 luoghi da salvare».















