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María Luisa Bemberg, la regista delle donne

María Luisa Bemberg

Tutte le mie protagoniste sono donne che in qualche modo rompono gli schemi e si sforzano di vivere in modo autonomo. Alcune ci riescono meglio di altre.

María Luisa Bemberg, regista e sceneggiatrice argentina, si è distinta per aver disegnato, nei suoi lavori, ritratti complessi di donne che sfidano famiglia, religione, classe sociale e norme sessuali.

Figura centrale per l’industria culturale del suo paese, ha contribuito alla fondazione del Festival Internazionale del Cinema di Mar del Plata e lavorato attivamente per ridefinire lo sguardo cinematografico in chiave di genere.

Celebrata a livello internazionale, nella sua breve ma straordinaria carriera, ha scritto e diretto due corti e sei lungometraggi. Due dei suoi film furono presentati a Venezia, dove è stata anche membro della giuria.

Nel 1985 il suo film Camilla – Un amore proibito venne candidato all’Oscar al miglior film straniero e l’anno seguente Miss Mary ottenne menzioni d’onore a Tokyo e Venezia.

Figlia di Sofía Bengolea e Otto Eduardo Bemberg, era nata a Buenos Aires il 14 aprile 1922, in una delle famiglie più ricche e potenti del paese, discendente da emigrati cattolici tedeschi. Il suo bisnonno, Otto Bemberg, aveva fondato nel 1888 il grande birrificio Quilmes Brewery, simbolo dell’ascesa economica familiare.

Cresciuta in un ambiente di straordinario privilegio, non aveva frequentato scuole tradizionali ma la sua educazione era affidata a governanti europee.

Il 17 ottobre 1945 aveva sposato l’architetto Carlos Miguens con cui, durante l’era di Juan Perón, si era trasferita in Spagna, dove nacquero i loro quattro figli e figlie. Dopo dieci anni di matrimonio si era separata, in un contesto in cui il divorzio non era legalmente riconosciuto.

Alla fine degli anni Cinquanta, aveva fondato e diretto il Teatro Del Globo di Buenos Aires con la sua collaboratrice Catalina Wolff e iniziato a formare gruppi femministi soffocati dal regime militare.

Nel 1970 ha contribuito a fondare l’Unión Feminista Argentina (UFA), spazio fondamentale per la diffusione delle idee della seconda ondata femminista in America Latina, sciolta dopo due anni a causa dei coprifuoco imposti dal governo. In un paese dove il divorzio era ostacolato, l’aborto illegale e i rifugi per donne inesistenti, la UFA ha rappresentato un luogo di confronto e resistenza.

Il suo ingresso nel cinema è stato tardivo e rivoluzionario. Ha iniziato a dirigere film a cinquant’anni, perché insoddisfatta dello sguardo maschile che deformava le sue storie e desiderosa di esercitare un maggiore controllo sulle sue sceneggiature.

Con la GEA, casa di produzione fondata assieme a Lita Stantic, nel 1981, ha diretto il suo primo film, Momentos, autofinanziato. 

Con Señora de Nadie, censurato dal regime militare, ha narrato l’amicizia tra un uomo gay e una donna separata, sfidando in un colpo solo i concetti sacri di matrimonio, famiglia, omosessualità e Chiesa.

Camila, candidato all’Oscar come miglior film straniero, racconta una storia d’amore e ribellione sotto la dittatura di Juan Manuel de Rosas, trasformando la passione in atto politico.

Miss Mary del 1986, esplora le contraddizioni dell’alta borghesia. mentre Yo, la peor de todas (1990) restituisce la voce a Juana Inés de la Cruz, figura chiave del pensiero femminile latinoamericano.

I suoi film, spesso interpretati da attrici e attori di rilievo internazionale, unirono successo commerciale e profondità politica.

La sua scelta di raccontare quasi esclusivamente protagoniste femminili è stata una dichiarazione estetica e politica. In un contesto in cui il cinema latinoamericano rappresentava le donne in modo stereotipato o marginale, ha costruito un immaginario alternativo costituito da donne desideranti, contraddittorie, ribelli, capaci di fallire ma anche di resistere. Ha ridefinito formalmente la narrazione, il punto di vista, la costruzione del desiderio e del conflitto.

La sua influenza sulla cultura latinoamericana è profonda e duratura. È stata una delle prime registe a imporsi contemporaneamente nel mondo cinematografico e in quello intellettuale, contribuendo a legittimare il cinema come spazio di riflessione femminista.

María Luisa Bemberg morì il 7 maggio 1995 a Buenos Aires mentre lavorava alla sceneggiatura de El impostor, lasciando incompiuto un ultimo progetto che sarebbe stato realizzato postumo.

È stata, senza dubbio, la regista argentina di maggior successo della sua epoca, ma soprattutto è stata una pioniera di uno sguardo libero. Un cinema che non chiede permesso – proprio come lei – e che, ancora oggi, continua a rompere gli schemi.

«Camila era un film che molti registi prima di me avevano voluto realizzare. Avevano chiesto il permesso all’Istituto Nazionale del Cinema, ma a causa della notevole influenza della Chiesa in Argentina, la richiesta era stata respinta. Io, invece, non ho chiesto il permesso. Ed è per questo che ho avuto successo» 

 

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