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Fatma Hassouna

Fatma Hassouna

Per quanto riguarda la morte inevitabile, se morirò, voglio una morte rumorosa, non mi voglio in una notizia dell’ultima ora, o in un numero con un gruppo, voglio una morte che sia sentita dal mondo, una traccia che duri per sempre, e immagini immortali che né il tempo né lo spazio possano seppellire“.

Fatma Hassouna è la giovane fotoreporter palestinese uccisa insieme a dieci persone della sua famiglia da un attacco aereo israeliano che ha colpito la sua casa il 16 aprile 2025.

Aveva dedicato il suo tempo a documentare la vita quotidiana a Gaza, tra i bombardamenti e l’assedio israeliani.

Aveva prodotto Israel and Gaza: Into the Abyss del 2024 ed era la protagonista del film documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk presentato al Festival di Cannes del 2025. 

Sebbene giovanissima aveva già ottenuto riconoscimenti internazionali per la sua documentazione viscerale degli impatti della guerra. In un contesto in cui ai giornalisti stranieri è stato impedito l’accesso alla Striscia, la sua presenza ha rappresentato uno degli ultimi sguardi interni capaci di raccontare la quotidianità sotto assedio.

Nata a Gaza il 15 aprile 1999, era laureata in multimedia alla University College of Applied Sciences. 

Dal 7 ottobre 2023, il suo obiettivo ha catturato evacuazioni forzate, distruzioni, lutti, ma anche frammenti ostinati di vita: bambini e bambine che sorridono tra le macerie, famiglie che tentano di ricostruire un senso di normalità. La sua fotografia non cercava l’estetica della guerra, ma la verità della sopravvivenza.

Questo sguardo ha trovato una forma narrativa più ampia nel documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk, diretto da Sepideh Farsi, costruito attraverso le loro conversazioni a distanza.

In quelle immagini e in quei dialoghi si riflette un rapporto che va oltre la collaborazione artistica. La regista l’aveva definita “i suoi occhi su Gaza”, sottolineando quanto la giovane fotoreporter fosse diventata un ponte umano tra mondi separati. Il film, selezionato nella sezione ACID, rappresentava per la fotografa una possibile svolta internazionale, la possibilità di partire per raccontare e poi tornare, perché non aveva alcuna intenzione di lasciare la sua terra.

È stata ricordata in tutto il mondo come simbolo di una categoria esposta a rischi estremi, spesso deliberatamente.

Le organizzazioni per la libertà di stampa hanno documentato un numero senza precedenti di giornaliste e giornalisti a Gaza, trasformando il territorio in quello che alcuni osservatori hanno definito un “cimitero dell’informazione”.

Col suo impegno ha restituito umanità a una narrazione spesso schiacciata dai numeri.

Le sue immagini e i suoi testi, compresa la raccolta poetica “Una morte risonante”, pubblicata postuma, mostrano una consapevolezza precoce e disarmante del suo ruolo di testimone, anche a costo della vita.

In uno dei suoi post più noti, aveva espresso il desiderio di una morte “rumorosa”, con la lucida percezione di vivere in un luogo dove esistere e documentare sono un atto politico.

Poche ore prima di essere uccisa aveva pubblicato la fotografia di un tramonto, scrivendo che era il primo dopo molto tempo.

La testimonianza della sua vita e la tragica morte, superano la cronaca trasformandosi in memoria collettiva. Le sue immagini continuano a circolare, a interrogare, a disturbare. E in questo senso, come aveva desiderato, la sua traccia non è stata sepolta né dal tempo né dallo spazio.

Ha vissuto soltanto venticinque anni, spezzati da un attacco aereo che ha colpito la sua casa nel quartiere di Tuffah, uccidendola insieme a dieci  familiari, tra cui sua sorella incinta. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver colpito un obiettivo legato a Hamas, versione contestata con forza da chi conosceva la famiglia.
Il giorno prima era stata annunciata la selezione del documentario che la vedeva protagonista al Festival di Cannes, che aperto ricordandola con parole toccanti.

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