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Ngoné Ndoye politica senegalese che si occupa di donne, bambini, migrazione e sviluppo

Ngoné Ndoye ex ministra esteri Senegal

Le donne pagano un prezzo elevato durante l’immigrazione clandestina; sono trattate come schiave del sesso.

Ngoné Ndoye è stata ministra degli esteri in Senegal.

Era nel comitato direttivo del PDS, movimento per la democrazia, nella repubblica dell’ex primo ministro Cheikh Hadjibo. Attualmente è presidente e fondatrice dell’Associazione FEMIDEC (Donne, Bambini, Migrazione e Sviluppo della Comunità).

Al grido di “Doyna! Doyna!”, che significa basta in Wolof, la lingua ufficiale del Senegal, migliaia di donne occuparono la Piazza Nazionale di Dakar, nel maggio del 2019, per denunciare il terribile omicidio di Bineta Camara, una giovane di 23 anni strangolata nella casa di famiglia da un amico del padre, dopo aver rifiutato le sue avances sessuali. Associazioni di donne, madri, donne anziane e bambini, marciarono, come un unico corpo, lungo l’Avenue de la Nation a Dakar, protestando per l’omicidio della ragazza.

Il governo ha reagito rapidamente e il presidente Macky Sall ha proposto un progetto di legge per criminalizzare la violenza di genere. In dicembre è stata votata e approvata dal parlamento una legge che criminalizza lo stupro e la pedofilia. La vittoria è stata il risultato del lavoro di molte associazioni, parlamentari e membri della società civile. La legislatura, che vigeva fino a quel momento, considerava lo stupro un crimine ordinario. Con la nuova legge si punisce ogni tipo di aggressione sessuale, di genere, molestie, maltrattamenti e violenze contro donne e bambini.

In Senegal ci sono quasi 600 dialetti e una delle misure prese è stata quella di tradurre la nuova legge in tutti i dialetti, in modo da poter essere diffusa in tutto il paese. Perché le leggi sono scritte in francese, ma molte donne sono analfabete. Per questo, alcune associazioni hanno creato le “boutique dei diritti” luoghi di ascolto e sensibilizzazione per le donne, volti a far conoscere i loro diritti in modo che possano richiederli.

Esiste finalmente una reale volontà pubblica che coinvolge tutti gli organi statali, polizia, ospedali. Complessivamente sono coinvolti otto ministeri, che lavorano in coordinamento e coinvolgono tutte le parti responsabili, avviando così l’attuazione della legge. Il Senegal non può camminare da solo. Ha bisogno del sostegno della comunità europea e degli enti internazionali. Il nostro Paese ha ratificato numerose convenzioni con la Carta delle Nazioni Unite. Siamo sulla strada giusta.

La violenza si manifesta in varie forme, è di molti tipi. Si praticano ancora troppi aborti clandestini perché la maggior parte delle donne non può permettersi di pagare costose cliniche e le conseguenze sono terribili, con tante morti e infezioni. Il libero aborto non esiste, soprattutto perché i capi religiosi sono contrari.

Violenza è anche quando i genitori non portano i figli a scuola, quando lasciano i bambini per strada per far loro vendere di tutto, chiedere la carità per le grandi scuole religiose o fare lavori a basso costo.

Sono ancora troppi i mariti che picchiano le mogli e il problema viene generalmente considerato una cosa da risolvere all’interno delle mura domestiche. Nella cultura tradizionale, il 95% della popolazione è musulmana e il restante 5% proviene da religioni diverse, è stabilito che le donne non possono protestare e devono obbedire agli uomini. Dall’applicazione della nuova legge, la violenza nel matrimonio è considerata un crimine con una pena che va da due a cinque anni di carcere.

Dobbiamo denunciare e fortunatamente le donne iniziano a farlo.

Il Senegal vive nell’apparente contraddizione di essere un paese saldamente ancorato alle sue tradizioni e allo stesso tempo aperto a influenze esterne, anche a causa delle tante migrazioni.

Le mutilazioni genitali femminili sono proibite dalla legge, ma si continuano a praticare in maniera clandestina.

Le persone hanno paura e non denunciano. Lo stato deve continuare a sensibilizzare per far emancipare le donne“, sostiene Ngoné Ndoye.

Gli uomini non sempre applicano la legge sulla parità firmata dal governo senegalese nel 2010 per difendere la causa femminista, per questo c’è bisogno di lottare e far sentire il proprio dissenso affinché la volontà politica sia rafforzata.

Il fatto che abbiamo una legge di parità è un passo avanti, ma è ancora insufficiente.

Ngoné Ndoye stessa, dovette smettere di andare a scuola quando era al  liceo perché le fu imposto di sposarsi e dedicarsi alla sua famiglia. Per fortuna ha avuto esperienze che hanno determinato in maniera differente il suo modo di vedere le cose e il suo impegno per i diritti delle donne e dell’infanzia. Oggi è una nonna libera e indipendente, e l’insegnamento che ha dato ai suoi figli e che darà ai suoi nipoti è che “non si deve mai smettere di studiare”.

Vediamo i nostri giovani morire a causa dell’emigrazione clandestina, che si perdono senza indagare all’origine del male che è la povertà, la cattiva gestione delle importanti questioni giovanili in materia di istruzione, formazione e opportunità di lavoro. Finché non avremo un organo istituzionale a cui rivolgerci quando ne abbiamo bisogno, non supereremo mai le difficoltà.
Sostiene che ai giovani si deve insegnare a stare in piedi da soli. A non studiare soltanto per ricoprire una carica nella pubblica amministrazione, come è accaduto fino a oggi, ma formarli sull’importanza dell’imprenditoria e a restare e investire nel proprio paese.

Ngoné Ndoye viene ospitata in convegni e incontri in tutto il mondo per parlare di diritti e proporre il cambiamento per la gente del suo paese e di tutte le vittime di diaspora. Pone ostinatamente l’accento sulle donne che emigrano.

Un grido che mi viene da dentro è per tutte quelle donne che si avventurano nelle migrazioni irregolari. È un macigno che pesa sul mio cuore il sapere che vengono trattate come schiave del sesso e che spesso rimangono incinte di quei criminali. Quelle donne sono deboli e pagano un prezzo pesante. Chiedo alla comunità internazionale e all’Unione europea, in particolare, di unire le forze e la volontà di porre fine a questo dramma, sempre, ovviamente, a partire dai paesi di origine. Penso che sia tempo di sedersi per parlare, di avere il coraggio di dirci di cosa abbiamo bisogno. L’Africa ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Africa.

Ngoné Ndoye sostiene tenacemente la politica del “ritorno a a casa” per chi lo desidera e denuncia il trattamento che gli africani ancora subiscono in molti paesi del mondo.

In una lettera aperta a Macky Sall, attuale presidente del Senegal, Ngoné Ndoye ha osservato che questa pandemia ha reso il mondo intero una  unica zona di disastro e ha richiesto l’attuazione di politiche e strategie concrete per rispondere all’emergenza causata dal Covid-19.

Signor Presidente della Repubblica, consiglio a te e ai tuoi colleghi capi di stato africani, di parlare con una sola voce nei confronti dell’Unione Europea, se una concertazione sarà possibile. Altrimenti, fallo da solo, come è stato per la richiesta della cancellazione del debito dei paesi africani. Richiedi la regolarizzazione di tutti i cittadini privi di documenti per ricevere la giusta assistenza umanitaria nei paesi in cui risiedono per fronteggiare l’emergenza sanitaria da esseri umani con gli stessi diritti di tutti.

Ngoné Ndoye ha invitato Macky Sall a negoziare, per chi lo desidera, il ritorno a casa, con voli organizzati a spese dello Stato.

Ha proposto di aprire una porta ufficiale in Senegal al confine terrestre e marittimo, con un ospedale militare per lo screening e la quarantena, per evitare l’arrivo dei senegalesi dall’estero che rischiano di vedere i residenti locali infuriarsi con violenza incontrollata, per impedire ai connazionali di arrivare sul territorio nazionale e essere contagiati.

Ngoné Ndoye è una donna impegnata in politica e nel sociale da molti anni. Una voce autorevole della diaspora, una donna liberale che parla a nome di tutte le altre, esempio di concretezza e determinazione.

#unadonnalgiorno

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