Il femminismo: unica rivoluzione senza violenza e senza armi.
Maria Paola Patuelli, insegnante, saggista e attivista civile, in oltre cinquant’anni di vita pubblica si è distinta per il suo impegno a favore della Costituzione e per il pensiero femminista.
È nata a Ravenna il 7 aprile 1947, figlia di Silvia Bazzocchi e di Nello Patuelli, entrambi partigiani e impegnati in ambito culturale e sociale.
Cresciuta in una famiglia comunista e dichiaratamente non credente — non è stata battezzata, e a scuola veniva esonerata dall’ora di religione, senza che questo diventasse mai, a suo dire, motivo di discriminazione — Maria Paola Patuelli ha avuto fin dall’adolescenza un rapporto dialettico e conflittuale con l’ortodossia politica dei genitori. Quando nel 1968 l’Unione Sovietica invase la Cecoslovacchia, il padre e la madre ne giustificarono l’intervento, mentre lei, già iscritta al Partito Comunista a diciotto anni e tra le fondatrici della sezione comunista universitaria, aveva maturato una posizione di aperto dissenso, vicina al profilo antiautoritario che il movimento studentesco stava esprimendo da Berkeley a Parigi.
Laureata in filosofia nel marzo del 1973, aveva già cominciato, in quegli anni, il proprio impegno politico diretto: candidata alle elezioni comunali di Ravenna nel 1969, era risultata la prima dei non eletti, per poi entrare in consiglio comunale nel settembre del 1970, subentrando ad Angelo Pescarini, chiamato ad assessore alla cultura nella neonata Regione Emilia-Romagna. È rimasta consigliera comunale per vent’anni, fino alle dimissioni del 1990, quando ha sentito di non riconoscersi più in una stagione politica ormai lontana da quella in cui era cresciuta.
Parallelamente alla politica, ha insegnato storia e filosofia in diversi licei della città.
Il 1976, anno in cui è diventata assessora alla Cultura e Spettacolo della città, è stato anche l’anno in cui è iniziata la sua relazione con Mario Tampieri, il suo compagno di vita. Da assessora, per sette anni, ha seguito la ristrutturazione della biblioteca Classense, la riapertura del teatro Rasi, l’avvio della stagione lirica alla Rocca e la nuova programmazione di arte moderna alla Loggetta Lombardesca, scelta allora molto contestata.
Ha lasciato l’incarico rifiutando di proseguire, non condividendo la crescente opacità e il clientelismo che vedeva affermarsi attorno a sé.
Negli anni Novanta è arrivata quella che lei stessa ha definito la seconda parte della propria vita: la scoperta del femminismo, che ha fatto proprio riprendendo la definizione dello storico Eric Hobsbawm, “l’unica vera rivoluzione fatta senza armi e senza violenza”.
Nel 1992 ha fondato a Ravenna il comitato Chico Mendes, dedicato a una rilettura critica della storia della conquista dell’America.
Dopo l’inizio di Tangentopoli, sull’onda del “Resistere, resistere, resistere” pronunciato da Francesco Saverio Borrelli, ha costituito il Comitato emergenza legalità a sostegno del lavoro della magistratura, e successivamente il Comitato in difesa della Costituzione, di cui è rimasta presidente fino al 2015.
Nel 2005 ha incontrato Oscar Luigi Scalfaro, con cui ha fondato a livello nazionale l’associazione “Salviamo la Costituzione”.
Ha portato la stessa attenzione costituzionale a Ravenna attraverso il Coordinamento per la democrazia costituzionale, di cui è portavoce, e attraverso Libertà e Giustizia, la rete di movimenti della società civile di cui è oggi coordinatrice nazionale dei circoli.
Nel 2008 ha fondato l’Associazione Femminile Maschile Plurale, dedicata allo studio e alla trasmissione del pensiero femminista italiano e internazionale. Per dieci anni è stata anche presidente dell’Università per Adulti di Ravenna.
Alla storia della propria famiglia, e in particolare a quella della madre Silvia, ha dedicato il libro Polvere e perle del 2018; nel 2021 ha pubblicato 1989. Metamorfosi del rosso fra comunismo e femminismo, che ripercorre la propria vicenda personale insieme alla crisi del comunismo novecentesco.
Ancora oggi Maria Paola Patuelli scrive e interviene pubblicamente in difesa della Costituzione, della democrazia e dei diritti delle donne, portando nel presente lo stesso impulso che l’aveva portata, da ragazza, a dissentire dai propri genitori in nome di una fedeltà più profonda ai principi che le avevano insegnato: quella di un’eredità familiare — la Resistenza, l’impegno civile, il rifiuto dell’ortodossia — che ha saputo reinterpretare, generazione dopo generazione, senza mai tradirla.
Applichiamola, la nostra Costituzione. Costruiamo solidarietà, comunità, cerchiamo di assomigliare il più possibile alla Costituzione. Questo è da fare. Non da ri-fare.















