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Ndèye Fatou Kane

Ndèye Fatou Kane

L’Africa è un continente dalle esperienze politiche, storiche e culturali diverse, e quindi anche le sue realtà femministe sono altrettanto varie.

Ndèye Fatou Kane, scrittrice, saggista e ricercatrice senegalese, ha dedicato la propria opera a un’idea centrale, il femminismo non è un’importazione occidentale, ma una realtà che in Africa ha semplicemente preso strade diverse.

È nata il 23 novembre 1986 a Dakar, nipote dello scrittore Cheikh Hamidou Kane. Ha studiato trasporti e logistica internazionale, un percorso lontano dalla letteratura a cui si è avvicinata fin da giovanissima, crescendo tra i libri del nonno, di Ahmadou Kourouma, di Amadou Hampâté Bâ e di Aminata Sow Fall.

Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, Le Malheur de vivre, con la prefazione dello stesso nonno, la storia di un senegalese diviso tra Francia e Senegal, tra vita urbana e tradizione pulaar, sullo sfondo di una storia d’amore finita in tragedia.

Nel 2016 ha partecipato alla raccolta di racconti Franklin l’insoumis, dedicata al musicista Franklin Boukaka.

Nel 2018 ha pubblicato il saggio Vous avez dit féministe?, un’analisi dei movimenti femministi in tutta l’Africa costruita a partire da quattro figure che l’hanno formata, Simone de Beauvoir, l’unica non africana, e tre scrittrici del continente, la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie e le senegalesi Awa Thiam, autrice nel 1978 di La Parole aux négresses, e Mariama Bâ, autrice nel 1979 di Une si longue lettre.

Per Ndèye Fatou Kane il femminismo non è, come spesso si crede in Africa, “una parola carica di negatività, a cui si dà una portata piuttosto occidentale”. È convinta che in tutte le nazioni africane le donne abbiano avuto un ruolo centrale nelle lotte di liberazione e nei movimenti per il cambiamento sociale, anche quando non si sono mai definite femministe nel senso in cui lo si intende in Occidente.

Diffida anche della retorica delle “regine” e delle “guerriere” del passato: “Ho un problema con questi appellativi, perché sottintendono che avessero in loro una parte di mascolinità. Bisogna sempre riportare in primo piano la loro parte di mascolinità per poterle accettare meglio.”

Si batte contro le molestie e le violenze sessuali, su cui denuncia un’omertà ancora troppo diffusa. In Senegal lo stupro è diventato un crimine autonomo solo alla fine del 2019, quando il Parlamento lo ha approvato all’unanimità il 30 dicembre, con la legge entrata in vigore il 10 gennaio 2020; fino ad allora era punito come reato generico, in base a una normativa del 1965.

Prosegue oggi una ricerca dottorale in sociologia di genere presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dedicata all’intersezionalità e alla costruzione delle mascolinità in Senegal.

Nel 2018 ha ricevuto il Premio Giovani Under 35 dei paesi francofoni, e cura una rubrica sui social dedicata alle donne africane.

Ndèye Fatou Kane rivendica per l’Africa un femminismo plurale, capace di misurarsi con le proprie urgenze, prima fra tutte l’istruzione e i diritti di base, senza rincorrere battaglie pensate altrove.

Le cause sono numerose e diverse, ma l’obiettivo da raggiungere è lo stesso, vedere le donne più libere, più emancipate.

 

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