Flora Tristán y Moscoso, socialista, femminista e antesignana dell’anarchismo, è stata una donna dalla volontà ferrea, dalle convinzioni non allineate alla propria epoca, che ha predicato il riscatto della classe operaia come premessa indispensabile per l’emancipazione delle donne.
Nata a Parigi il 7 aprile 1803, era figlia della francese Anne-Pierre Laisnay, ra rifugiata in Spagna al tempo della Rivoluzione, e del colonnello della marina spagnola Mariano Tristán y Moscoso, nato ad Arequipa, in Perù, da una delle famiglie più potenti del sud del paese. L’atto di matrimonio della coppia non venne mai trasmesso alle autorità e, quando, nel 1807 il colonnello morì, lasciò la vedova senza diritti di successione e con i suoi figli considerati illegittimi. Le proprietà in Perù e in Spagna passarono ai familiari peruviani mentre, con il pretesto dell’apertura delle ostilità con la Spagna, lo Stato francese incamerò i suoi beni lasciati in Francia.
Da un’infanzia agiata, si ritrovò improvvisamente povera, priva di un’istruzione regolare e costretta a formarsi da autodidatta, leggendo tutto ciò che le capitava a tiro. Fu proprio in quegli anni di letture disordinate che si avvicinò al pensiero di Fourier, di Saint-Simon e di Robert Owen, i teorici del socialismo utopico che avrebbero orientato tutta la sua vita successiva.
Divenuta adulta, trovò un impiego nell’atelier dell’incisore André Chazal, che la madre la costrinse a sposare nonostante fosse un uomo violento. Rimasta incinta per la terza volta, nel 1825 lo lasciò: pochi mesi dopo nacque Aline Marie, che sarebbe diventata la madre del pittore Paul Gauguin.
Per qualche tempo lavorò come dama di compagnia presso una famiglia inglese. Nel frattempo aveva scritto allo zio Pío, ormai capo della facoltosa famiglia paterna, chiedendo di essere legittimata e di ottenere la parte di eredità che le spettava: la risposta fu l’invio di un po’ di denaro, accompagnato dal rifiuto formale di riconoscerla come erede, perché figlia illegittima.
Per rivendicare i suoi diritti, nell’aprile del 1833, si imbarcò da Bordeaux alla volta del Perù, dove rimase per otto mesi, soprattutto ad Arequipa, annotando gli aspetti violenti e grotteschi di istituzioni ancora semi-feudali, la corruzione della classe politica, le disparità sociali, il razzismo verso la popolazione autoctona, la miseria e l’analfabetismo diffusi — pur riconoscendo, non senza sorpresa, che le donne peruviane godevano di un’autonomia sociale allora sconosciuta alle loro coetanee europee.
Tornata in Francia nel 1834 senza aver ottenuto l’eredità, ma con una piccola rendita concessa dalla famiglia, durante il viaggio aveva maturato un intero programma politico e intellettuale. Da quell’esperienza nacque Peregrinazioni di una paria, pubblicato a Parigi nel 1838. Quando il libro raggiunse il Perù, fu messo al bando, e lo zio Pío ne fece bruciare pubblicamente le copie nella piazza di Arequipa.
Il marito, che non si era mai rassegnato alla perdita, continuava a considerarla una sua proprietà, e tentò più volte di sequestrare i figli: fu accusato dalla stessa Aline di aver tentato di violentarla. Il 10 settembre 1838 Chazal le sparò per strada, ferendola al petto, il proiettile era rimasto conficcato nel suo corpo per il resto della vita.
Al processo, l’avvocato difensore del marito — il “progressista” Jules Favre, futuro ministro degli Esteri — cercò di attenuare la responsabilità del proprio assistito dipingendola come una donna disprezzabile, proprio in ragione della sua condizione di “paria” e di figlia illegittima. I giudici condannarono comunque l’uomo a vent’anni di carcere, in parte condonati.
In quello stesso periodo parigino aveva frequentato i circoli mistico-sociali del pittore Simon Ganneau, dove conobbe anche l’occultista Éliphas Lévi, che sarebbe rimasto a lungo suo amico. Ambienti in cui esoterismo e utopia socialista si mescolavano, contribuirono a radicalizzare ulteriormente il suo pensiero.
Nel 1839, recatasi a Londra, aveva visitato le industrie che rendevano ricco e potente quel paese, ma anche i quartieri miserabili della periferia dove si ammassavano operai, donne e bambini che passavano la giornata in fabbrica per pochi scellini.
Vide anche le prime forme di organizzazione operaia e ne trasse una convinzione che sarebbe diventata il cuore del proprio pensiero: perché i lavoratori sfruttati potessero davvero unire le forze, era necessaria la partecipazione delle donne, le più oppresse di tutte all’interno del sistema sociale “liberale”. La liberazione dei lavoratori era la condizione stessa dell’emancipazione femminile. Ne scrisse nelle Promenades dans Londres, pubblicate nel 1840. Una nuova società, sosteneva, poteva sorgere solo da una grande battaglia tra “proprietari e capitalisti da un lato… e i lavoratori delle città e delle campagne dall’altro, che non possiedono nulla, né terra, né capitale, né potere politico”. I lavoratori, scriveva, non dovevano aspettarsi nulla dal governo: “Dovete essere la testa e il braccio.”
Immaginava organizzazioni operaie capaci di finanziare scuole gratuite per i loro figli e una rivoluzione pacifica, mediata da una figura di “Difensore del popolo” che portasse in Parlamento il diritto al lavoro, un salario dignitoso e l’abolizione della pena di morte.
Fu il suo libro successivo, L’Unione operaia, pubblicato nel 1843, a renderla una delle voci più originali del socialismo ottocentesco. Vi sosteneva che la classe lavoratrice fosse la più oppressa di tutte, proprio perché, pur producendo ricchezza, viveva nella miseria. Dedicò un intero capitolo a quella che chiamava “metà del genere umano“, definendo le donne “le ultime schiave rimaste nella società francese… le proletarie dei proletari“.
Prima ancora di Marx ed Engels, una donna scriveva della necessità che la classe operaia si organizzasse per difendere i propri diritti, ponendo le basi di quella tradizione di femminismo socialista di cui è oggi considerata la fondatrice.
Alla fine di quello stesso 1843, a Parigi, il filosofo tedesco Arnold Ruge consigliò al giovane Karl Marx di incontrarla: Marx non lo fece mai, pur citandola l’anno successivo ne La sacra famiglia — restando, per sua stessa scelta, l’uomo che non volle mai conoscere la donna che aveva anticipato molte delle sue idee.
Nel 1844, Flora Tristán attraversò la Francia con un ciclo di conferenze per raccogliere adesioni al proprio progetto, incontrando gruppi di operai città per città: quell’esperienza sarebbe stata pubblicata postuma con il titolo Tour de France. Le autorità la ostacolarono in ogni modo, facendo intervenire la polizia per disperdere le assemblee o sequestrando i suoi scritti, mentre la stampa conservatrice la irrideva e la diffamava, tornando sempre sulle sue origini “illegittime”. Durante quello stesso viaggio si fermò anche a Tolone, dove la sua visita contribuì, secondo lo storico Maurice Agulhon, a radicalizzare gli operai dell’arsenale cittadino: un fermento che sarebbe sfociato, l’anno dopo, in uno degli scioperi più importanti della storia del movimento operaio francese.
Aveva continuato a scrivere e informare, senza lasciarsi scoraggiare, nonostante la salute sempre più fragile. Negli ultimi mesi manifestò sintomi che, secondo le ricostruzioni mediche più recenti, sono compatibili con la febbre tifoide, anche se la causa esatta della sua morte non è mai stata accertata con certezza.
Si è spenta a Bordeaux il 14 novembre 1844, a soli quarantun anni.
Furono gli operai della città a organizzarle il funerale e a far erigere sulla sua tomba un monumento, inaugurato il 22 ottobre 1848. Quasi ottomila lavoratori marciarono fino alla sua tomba intonando un canto tratto dall’Unione operaia, lo stesso che per anni si sarebbe continuato a cantare nelle fabbriche di Bordeaux: “Occorre un monumento per Flora Tristán“.
Flora Tristán è passata alla storia come una delle prime a fondere pensiero femminista e pensiero socialista in una sintesi critica, aprendo la strada a un’idea di emancipazione per cui non può esistere vera liberazione della classe operaia senza quella delle donne, né vera liberazione delle donne senza quella della classe operaia.















