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Sylvia Palacios Whitman

I breathe in the space and then deliver the work. The artwork speaks by itself so I can do it everywhere.

Sylvia Palacios Whitman, pioniera della performance art nella New York degli anni ’70, ha fatto parte di un gruppo di artiste militanti che provavano a rompere i vincoli fisici e sociali del corpo femminile attraverso il movimento. 

Affrontando temi politici come la memoria, l’identità, la decolonizzazione, ha esplorato le complessità delle relazioni interpersonali e le dinamiche di potere, utilizzando il suo corpo come materiale espressivo per opere che intersecano danza, performance e teatro.

Nata a Osorno, Cile, il 25 agosto 1941, ha studiato pittura e scultura all’Università di Santiago. Negli anni Sessanta si è trasferita a New York, dove è entrata a far parte della vivace scena artistica e lavorato con artisti del calibro di Richard Avedon, in quel periodo un suo ritratto è apparso sulla copertina di Harper’s Bazaar.

Si è esibita con Trisha Brown al Whitney Museum of American Art nel 1970 e messo in scena spettacoli in luoghi di New York come il Kitchen, Artists Space e la Sonnabend Gallery.

Nei primi anni Settanta ha iniziato a creare le sue performance, ospitate negli studi e loft di diversi artisti, che utilizzando oggetti di scena surreali e disegni giganti su carta, creava un teatro visivo capace di combinare la ricca sensibilità pittorica latinoamericana con il minimalismo della scena newyorkese. Sotto il titolo onnicomprensivo di Going ha presentato opere con azioni fisiche audaci con potenti immagini che utilizzavano un linguaggio semplice e assieme surreale.

Tessitrice di sogni che utilizzava abiti di carta, spesso poi gettati via dopo l’azione, creava un circo minimale che proponeva minuscole macchine di coscienza.

Una sua performance passata alla storia è stata Green Handsin cui, munita di enormi mani  a prolungamento delle sue, ha attraversato il ponte di Brooklyn, provando a coinvolgere le persone più disparate che avevano ogni tipo di reazione. L’ha ripetuta poi, in diversi altri contesti, anche in tempi più recenti.

Dalla metà degli anni Ottanta è stata praticamente dimenticata, fino al 2013 quando il Whitney Museum le ha reso omaggio con la mostra Rituals of Rented Island: Object Theater, Loft Performance and the New Psychodrama-Manhattan, 1970-1980, composta da opere su carta, fotografie e video delle sue performance, oggetti di scena e i taccuini originali. Ha anche eseguito dal vivo alcuni dei suoi pezzi distintivi come Passing Through (1977) e Coppa e coda (1978).
Le idee per le sue esibizioni di solito provengono da schizzi di un’immaginazione dallo spirito libero, intimi iniziatori mentali per messe in scena. Alcuni disegni avanzano in giganteschi oggetti di scena che dominano il palco.
Ha esposto al Museum of Modern Art di Varsavia, al MoMA e al Guggenheim Museum di New York, alla Tate Modern Gallery di Londra e fatto parte della mostra collettiva sulle artiste femministe latino americane dal titolo Radical Women: Latin American Art, 1960–85 esposta a Los Angeles e a New York.
Sylvia Palacios Whitman continua ancora a realizzare dipinti e collage, condividendo la sensibilità surreale delle sue performance.
Il suo lavoro visivo e sempre politico presenta molteplici strati di grafite, strutture dirompenti, architettura in disintegrazione e talvolta movimenti a spirale intersecati da frammenti fotografici, oggetti e pezzi di collage.
#unadonnalgiorno

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