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Licia Rognini Pinelli

Licia Rognini Pinelli
Non voglio la verità solo per me, per quello che riguarda me, sulla fine di Pino, sui responsabili materiali della sua morte.
Cosa conta, in fatti come questi, una mano che spinge o un dito che preme il grilletto?
Oggi voglio l’altra verità, quella che dovrebbero volere i parenti dei morti di Piazza Fontana, i parenti di Valpreda, di Saltarelli, la verità che vuole lei, chiunque, ognuno che ha coscienza dei propri diritti, della propria libertà.
Questo sono riuscita a capire, dopo i primi momenti personali di dolore furioso, di odio.
Non raggiungere la verità giudiziaria è una sconfitta dello Stato.
È lo Stato che ha perso perché non ha saputo colpire chi ha sbagliato.
Perché in un modo o nell’altro, voglio dire direttamente o indirettamente, Pino è stato ucciso.
E poi non è una questione di vincere o di perdere: semplicemente uno Stato che non ha il coraggio di riconoscere la verità è uno Stato che ha perduto, uno Stato che non esiste.

Licia Rognini moglie di Giuseppe Pinelli.
Licia e Pino si conobbero nel 1952 a un corso di esperanto, a Milano. Cominciò così la loro storia d’amore.
Licia, che aveva cominciato a lavorare come dattilografa a tredici anni, faceva la segretaria. Finito il lavoro faceva a piedi il tragitto fino a casa con Pino. Parlavano tanto, avevano ideali comuni e amavano leggere.
Dopo due anni di fidanzamento si sposarono, nonostante le diffidenze dei genitori. Pino faceva il ferroviere, era anarchico.
Avevano la casa sempre piena di amici, serate piene di discorsi, idee, sogni. Avevano due bambine, lui era sempre fuori, impegnato in tante riunioni, era convinto che il suo compito fosse di aiutare il prossimo.
Ci fu la strage fascista di Piazza Fontana e Pino venne convocato in questura, ci andò col suo motorino, convinto di svolgere una pura formalità, come altre volte era accaduto. Ma non è più tornato a casa.
A Licia arrivò la notizia della sua morte, si sarebbe suicidato gettandosi dalla finestra della questura, nell’ufficio del commissario Calabresi.
Licia Pinelli non ci ha mai creduto.
Secondo lei, il marito era stato picchiato, creduto morto e buttato giù, dove non è stato soccorso per molto tempo.
Ha denunciato il questore Marcello Guida, già funzionario fascista e direttore del confino di Ventotene, per diffamazione. Le sue bambine sono state perseguitate, costrette a cambiare scuola, si trovavano di fronte a scritte sui muri contro il padre creduto colpevole di quella bomba, telefonate anonime, intimidazioni.
Il 24 giugno 1971 Licia Pinelli denuncia anche il commissario Calabresi e tutte le persone presenti in questura la notte del 15 dicembre del 1969, per omicidio volontario, sequestro di persona, violenza privata e abuso di autorità.
L’istruttoria venne affidata al giudice Gerardo D’Ambrosio che il 27 ottobre 1975 l’archivierà, escludendo sia il suicidio che l’omicidio e motivando la morte come un “malore attivo”.
Tutti gli indiziati vennero prosciolti.
Ma Licia non si è mai arresa e ha continuato a rincorrere la verità sulla morte del marito per tutta la sua vita.

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