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Licia Rognini Pinelli

Licia Pinelli
Non voglio la verità solo per me, per quello che riguarda me, sulla fine di Pino, sui responsabili materiali della sua morte.
Cosa conta, in fatti come questi, una mano che spinge o un dito che preme il grilletto?
Oggi voglio l’altra verità, quella che dovrebbero volere i parenti dei morti di Piazza Fontana, i parenti di Valpreda, di Saltarelli, la verità che vuole lei, chiunque, ognuno che ha coscienza dei propri diritti, della propria libertà.
Questo sono riuscita a capire, dopo i primi momenti personali di dolore furioso, di odio.
Non raggiungere la verità giudiziaria è una sconfitta dello Stato.
È lo Stato che ha perso perché non ha saputo colpire chi ha sbagliato.
Perché in un modo o nell’altro, voglio dire direttamente o indirettamente, Pino è stato ucciso.
E poi non è una questione di vincere o di perdere: semplicemente uno Stato che non ha il coraggio di riconoscere la verità è uno Stato che ha perduto, uno Stato che non esiste.

Licia Rognini Pinelli.
Licia e Pino si conobbero nel 1952 a un corso di esperanto, a Milano. Cominciò così la loro storia d’amore.
Lei, che aveva cominciato a lavorare come dattilografa a tredici anni, faceva la segretaria. Finito il lavoro faceva a piedi il tragitto fino a casa con Pino. Parlavano tanto, avevano ideali comuni e amavano leggere.
Dopo due anni di fidanzamento si sposarono, nonostante le diffidenze dei genitori. Pino faceva il ferroviere, era anarchico.
Avevano la casa sempre piena di amici, serate piene di discorsi, idee, sogni. Avevano due bambine, lui era sempre fuori, impegnato in tante riunioni, era convinto che il suo compito fosse di aiutare il prossimo.
Ci fu la strage fascista di Piazza Fontana e l’uomo venne convocato in questura, ci andò col suo motorino, convinto di svolgere una pura formalità, come altre volte era accaduto. Ma non tornato mai più a casa.
A Licia arrivò la notizia della sua morte, si sarebbe suicidato gettandosi dalla finestra della questura, nell’ufficio del commissario Calabresi.
Licia Pinelli non ci ha mai creduto.
Secondo lei e molte altre persone, suo marito era stato picchiato, creduto morto e buttato giù, dove non è stato soccorso per lungo tempo finché è spirato.
Licia Pinelli denunciò il questore Marcello Guida, già funzionario fascista e direttore del confino di Ventotene, per diffamazione. Le sue bambine vennero state perseguitate, costrette a cambiare scuola, si trovavano di fronte a scritte sui muri contro il padre creduto colpevole di quella bomba, telefonate anonime, intimidazioni. Furono anni difficili, sapevano che la verità non era quella che si scriveva sui giornali e che la gente comune vomitava loro in faccia, ma non era facile confutare la tesi portata avanti dallo stato e dai suoi rappresentanti.
Il 24 giugno 1971 Licia Pinelli ha denunciato anche il commissario Calabresi e tutte le persone presenti in questura la notte del 15 dicembre del 1969, per omicidio volontario, sequestro di persona, violenza privata e abuso di autorità.
Prima un gruppo di giornalisti (tra i quali Camilla Cederna e Gianpaolo Pansa) e di militanti politici di sinistra, poi uno schieramento molto più ampio contestarono l’assurda tesi del suicidio e sostennero che Pinelli era stato gettato dalla finestra. Alla fine la magistratura trovò una mediazione. Nell’ultima e definitiva sentenza su quella morte escluse il suicidio ma non prese in considerazione l’omicidio: parlò di «malore attivo». Tutti gli indiziati vennero prosciolti.
Ma Licia non si è mai arresa e per tutta la sua vita ha continuato a rincorrere la verità sulla morte del marito. Ha scritto lettere, libri, portato la sua voce e testimonianza dovunque affinché quella brutta pagina della storia non fosse dimenticata e la morte di suo marito non cadesse nell’oblio.
Il suo testimone è stato preso dalle figlie, Silvia e Claudia che continuano a cercare giustizia e verità.

#unadonnalgiorno

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