Molto è stato fatto per la parità uomo-donna nel secolo scorso, nel quale l’unica rivoluzione riuscita, si dice, sia stata quella delle donne, ma nascere donna ancora adesso è un ostacolo. Le donne, noi donne, siamo condizionate da vecchi pregiudizi e descriminazioni e, a volte, anche da vecchie leggi che sopravvivono ai cambiamenti nella società. Già attraverso i giochi le bambine ricevono messaggi nascosti che limitano le scelte per il loro futuro. Tanti anni fa, quando ero una ragazza appena laureata riuscii a fare cancellare, con la sentenza n. 33 del 13 maggio 1960 della Corte costituzionale, una legge che penalizzava le donne nelle carriere pubbliche. Non avevo accettato che noi donne non potessimo diventare prefette, ambasciatrici, magistrate.
Le donne italiane devono alla tenacia di Rosa Oliva la possibilità di accedere ai concorsi pubblici per le alte carriere che, prima del 1960, erano riservati soltanto agli uomini.
Era una brillante laureata quando le dissero che non poteva accedere al concorso di prefetto perché era una donna. Ha portato la sua battaglia fino alla Corte Costituzionale e ha vinto quella che è passata alla storia come la sentenza numero 33.
Rosanna Oliva de Conciliis è nata a Salerno il 10 settembre 1934, da una famiglia di origini napoletane. Tra le sorelle di sua madre, una era diventata ispettrice scolastica e fondatrice di una scuola privata, l’altra pianista da concerto e docente di conservatorio, un ambiente in cui lo studio e l’indipendenza delle donne non erano un’eccezione.
Laureatasi nel 1958 in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, con una tesi sulla dinamica degli ordinamenti giuridici, aveva avuto tra i suoi docenti i costituzionalisti Costantino Mortati e Carlo Esposito.
A ventiquattro anni aveva presentato domanda al concorso per la carriera prefettizia, riservato per una legge del 1919, ai soli uomini: la sua candidatura era stata respinta solo perché era una donna.
Per rivendicare un diritto suo e di ogni donna, si era rivolta a Mortati, che aveva accettato di patrocinare il suo ricorso alla Corte Costituzionale.
Il 13 maggio 1960 la Consulta le ha dato ragione con la sentenza numero 33, riconoscendo la violazione degli articoli 3 e 51 della Costituzione, sull’uguaglianza e sull’accesso ai pubblici uffici.
Nonostante la notorietà ricevuta, il suo nome era su tutti i giornali dell’epoca, il suo scopo, ha spiegato più tardi, era di sollevare un caso che riguardava tutte le donne.
La sua carriera è iniziata grazie a un concorso vinto all’Intendenza di Finanza di Roma. Ha svolto ruoli da funzionaria dell’amministrazione statale e poi da consulente giuridica per la Camera dei deputati, il Senato e diversi sottosegretariati di Stato.
Nel 2006 ha fondato la no-profit Aspettare stanca per promuovere e favorire la presenza delle donne in politica, nelle istituzioni e nei luoghi decisionali e nel 2010, la Rete per la Parità, l’associazione di promozione sociale di cui oggi è presidente onoraria.
Insieme alla storica Anna Maria Isastia ha scritto Cinquant’anni non sono bastati. Le carriere delle donne a partire dalla sentenza n. 33/1960 della Corte costituzionale (2016), e con Monica Marelli Cara Irene, ti scrivo. Un messaggio alle donne e agli uomini di domani (2016), una lunga lettera dedicata alla nipote Irene in cui la invita a non rinunciare mai ai propri sogni.
Il 12 marzo 2021 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le ha conferito una delle onorificenze più prestigiose del Paese, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Più di recente è stata tra le persone che si sono battute perché anche il cognome della madre potesse essere trasmesso alle figlie e ai figli, sostenendo che il solo cognome del padre non rispetta appieno l’identità di una persona. Nel 2022 la Corte Costituzionale, con la sentenza numero 131, ha dichiarato incostituzionale l’attribuzione automatica del solo cognome paterno.
Sui progressi ottenuti dal movimento delle donne non ha dubbi, ma non si accontenta: l’Italia resta fanalino di coda dell’Unione Europea sull’occupazione femminile, con un tasso inferiore di quattordici punti percentuali alla media europea e un divario retributivo, secondo i dati Eurostat, del 43 per cento. Con la pandemia, ha ricordato, moltissime donne hanno perso il lavoro per occuparsi delle famiglie e non sono più rientrate, e secondo le stime del World Economic Forum ci vorrà ancora più di un secolo prima di raggiungere un’autentica parità di genere a livello globale. Per questo insiste sul coinvolgimento degli uomini “illuminati”, quelli consapevoli che valorizzare le donne conviene alla intera società, e sulla necessità di condivisione e corresponsabilità tra i genitori, senza le quali la conciliazione tra lavoro e famiglia resta, dice, quasi impossibile.
È altrettanto convinta che la battaglia contro gli stereotipi cominci nell’infanzia. Alle ragazze di oggi chiede di non temere le materie scientifiche, alle madri di non condizionare i desideri delle figlie e dei figli con giocattoli divisi per genere.
Il suo instancabile impegno ha continuato a produrre conseguenze legislative per oltre sessant’anni, fino alla riforma del cognome del 2022, e ha reso Rosa Oliva un simbolo che ella stessa, con la sua ironia, non ha mai smesso di ridimensionare, ricordando di aver semplicemente reagito a un’ingiustizia.
A distanza di più di sei decenni, quella parità che la Costituzione le aveva riconosciuto resta, per sua stessa ammissione, un obiettivo raggiunto solo in parte.
Le ragazze oggi danno per scontate molte cose, dimenticando la fatica per ottenere conquiste, diritti. È facile tornare indietro se non si tiene alta la guardia. Poche, ancora pochissime le donne nei posti di comando.















