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Samantha Kureya. Gonyeti

Gonyeti comica arrestata per una gag in Zimbabwe

Non abbiamo libertà di espressione. Abbiamo libertà dopo l’espressione.

Samantha Kureya, conosciuta con il nome d’arte Gonyeti, è la comica zimbabwana che, quando la sua satira ha cominciato a colpire troppo vicino al potere, è stata rapita e torturata da uomini mascherati per essere messa a tacere.

Nata il 16 settembre 1986 a Mufakose, primogenita di quattro figlie e figli, sua madre è un’attrice.

Ha frequentato la Mufakose High School e ha debuttato nel 2008 nella serie televisiva locale Kusika Moto.

Nel 2015 è entrata a far parte di PO Box TV, in seguito ridenominata Bustop TV, la piattaforma comica online che le ha permesso di conquistare rapidamente un vasto seguito in tutto il paese.

Ha preso il nome d’arte Gonyeti, ripreso da un termine dello slang shona, dal suo primo sketch, e insieme alle colleghe Sharon Chideu, Felistas Murata e Tyra Chikocho ha dato vita al programma Drama Queens.

Nel 2017 è stata la prima donna candidata ai National Arts Merit Awards nella categoria Outstanding Comedian, l’anno successivo, ha ricevuto una seconda candidatura.

Insieme a Sharon Chideu, nel febbraio 2019, è stata arrestata e multata per un video del 2016 in cui vestivano uniformi della polizia. Le autorità consideravano la loro comicità troppo politica.

La notte del 21 agosto 2019, uomini mascherati e armati di fucili hanno fatto irruzione nella sua casa ad Harare, qualificandosi come agenti di polizia. L’hanno caricata su un veicolo dicendole che era «troppo giovane per prendere in giro il governo», accusandola di essere pagata per farlo, e minacciandola di morte se avesse denunciato l’accaduto. Per ore l’hanno picchiata con fruste di cuoio, l’hanno costretta a spogliarsi e a rotolarsi a terra a ogni colpo, e l’hanno obbligata a bere acqua contaminata da liquami, prima di abbandonarla nuda vicino a casa.

Un ministro del governo ha liquidato pubblicamente l’accaduto come un’altra delle sue trovate comiche, mentre Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno condannato l’aggressione, e il leader dell’opposizione Nelson Chamisa ha accusato direttamente la presidenza di Emmerson Mnangagwa, che ha negato ogni coinvolgimento. Nei mesi successivi Gonyeti ha faticato a dormire, si è affidata a sonniferi che quasi non funzionavano più, ed è rimasta a lungo nascosta.

A farla tornare davanti alle telecamere, ha raccontato, è stato il pubblico che continuava a chiedere di lei. Chi la riconosceva per strada le domandava ancora «dov’è Gonyeti?», ed è stato proprio quel bisogno di restare visibile a spingerla indietro sul palco.

Una rete regionale per i diritti umani le ha conferito, nel 2019, il titolo di Human Rights Defender of the Year, e negli anni successivi ha continuato a produrre contenuti satirici contro il governo, nonostante i rischi.

Quello che ha subito, non è un episodio isolato. In Zimbabwe diverse comiche e diversi comici hanno pagato con minacce, arresti o violenza l’uso della risata come uno degli ultimi spazi rimasti per dire ciò che la politica non permette di dire apertamente. Lei ha continuato a lavorare sapendo che avrebbe potuto pagarne di nuovo il prezzo, e questo, più di ogni premio, resta la misura del suo coraggio.

Mi hanno rapita per la comicità. Per la satira. Ma ho ancora bisogno di lavorare.

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